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A Settembre il nuovo anno scolastico avrà inizio, per più di 1700 Istituti italiani, con un preside reggente e non titolare. Alcune centinaia di presidi idonei sono già pronti dal 2011, quando superarono il concorso per titoli, ma non possono essere assunti in quanto esclusi da una norma della Legge 107 del 2015 che, nel prevedere la procedura riservata per il reclutamento, vi ha ammesso i ricorrenti del concorso 2004 e quelli del 2011, ma solo se sono in possesso di un provvedimento di primo grado favorevole. Insomma i ricorsi da fare dovevano essere due. I ricorrenti selezionati del Concorso per Dirigente Scolastico 2011 con sentenze accolte dal Tar Lazio chiedono, ma il MIUR non risponde, una modifica al Decreto Legge “Dignità”, al fine di ammettere al corso-concorso riservato per Dirigenti Scolastici 2018, anche i ricorrenti del 2011, in modo da evitare un eventuale provvedimento che renderebbe illegittima l’assunzione disposta a seguito delle procedure riservate disposte dal D. M. n. 499 del 20 luglio 2015. Azione Civile Area Scuola sostiene quanto richiesto dai partecipanti al Concorso Nazionale Dirigenti Scolastici 2011, sia per un doveroso riconoscimento del fatto che il loro superamento del concorso è anteriore alla Legge 107 che è stata messa a regime nel 2015, sia per programmare una degna e ordinata partenza di anno scolastico 2018-2019, con presidi titolari, in tantissime scuole italiane. Azione Civile Area Scuola.
QUESTA DOMANDA INVALSI E' STATA SOMMINISTRATA A BAMBINI DI 5a ELEMENTARE....A NOI SEMBRA UNA STOLTA VIOLENZA COME ABBIAMO SEMPRE SOSTENUTO. CONTRO le prove INVALSI e a sostegno delle proteste dei docenti ma, soprattutto, a sostegno degli studenti italiani. Azione Civile Scuola sostiene la protesta dei docenti e degli studenti italiani contro i test INVALSI che non sono obbligatori né per i docenti né per gli studenti: art. 51 comma 2 della Legge 4 aprile 2012, n. 35, ma sono strumenti di valutazione esterna che servono soltanto a dividere il paese e ad umiliare gli studenti. SE si continua a fare studiare i giovani sulla base delle PROVE INVALSI è sicuro che tutti i futuri ITALIANI diverranno completamente OTTUSI, e non dimentichiamo che già il 47% della popolazione è indicata nei sondaggi come analfabeta, nel senso che non capisce tutte le parole che sente e non recepisce l’ intero significato dei messaggi che ascolta . Mi rivolgo ai genitori degli studenti italiani: avete mai visto le prove INVALSI che fanno fare ai vostri figli a scuola? Quelle prove sono un inutile incubo che viene somministrato AI VOSTRI FIGLI dal ministro dell’Istruzione per soddisfare lo scopo di lucro dell’organizzazione che c’è dietro. Genitori informatevi, perché quelle domandine con risposte a scelta multipla non vogliono dire niente e chiunque può sbagliare la risposta, oppure semplicemente confondersi tra le risposte quasi uguali, gli insegnanti sono costretti a tagliare i loro programmi scolastici in vista di quelle sciocche prove che anche lo stesso insegnante potrebbe sbagliare in un attimo di distrazione. Lo studio, il vero studio che fa crescere una persona e ne qualifica l’intelligenza, non si basa sulla scelta di una risposta su quattro. Il vero studio è fatica della ricerca, fatica di applicazione nel leggere, fatica di spaccarsi il cervello per capire come è accaduto che un autore, un teorema, una tendenza, una legge, una frase famosa, un monumento, siano diventati patrimonio dell’Umanità. Soltanto questa “fatica” forma un’opinione personale. Soltanto la fatica di costruirsi una rete di riflessioni con l’aiuto degli esempi dei docenti, la fatica di fare esercizi con quaderno e penna, tanti, lunghi, estenuanti esercizi, e, OSO DIRE, perfino noiosi, può fare arrivare il cervello a quel grado di allenamento intellettuale che nella vita rimane IMPERDIBILE, rimane ACQUISITO per sempre. I giovani che studiano lo sanno e per questo trovano inutili e aberranti i test Invalsi. Anche l’uso continuo della tecnologia nelle scuole, imposto dal Ministero dell’Istruzione, somiglia alle prove INVALSI, su internet si sceglie ciò che si trova, ma raramente si trova materiale importante se non si sa cercare. La tecnologia deve rimanere un supporto in più e non la base dello studio, la tecnologia non è un punto di partenza della scuola, ma deve rimanere un punto di arrivo per chi già sa distinguere il buono dal dannoso. Lo studio non deve avvenire sui social e non è un copia e incolla di un compito che qualcuno ha mandato on line già scopiazzato. Su internet ci si può informare su tutto, si può approfondire e spaziare, ma non studiare. Studiare vuol dire anche passare ore per mandare a memoria una lunga poesia come il “5 Maggio” di Alessandro Manzoni e ritrovarla intatta nel proprio cervello anche dopo 40 anni. Ma non è la memoria che fa diventare intelligenti, essa, invece, continua per anni ad allenare il cervello e lo mantiene attivo e capace di evolversi. Le prove invalsi e la tecnologia questo risultato non potranno mai ottenerlo, perché sono troppo veloci e non propongono soluzioni intelligenti, perchè si basano su un semplice rapporto tra domande e risposte. Tutti i ragazzi smanettano tra computer e telefonino e lo sanno fare, ma questo non basta. Le vere conoscenze vengono dalle competenze che rappresentano una pratica quotidiana, dunque, così come ci si evolve nell'uso del pc, bisogna che lo studente si evolva nella cultura attraverso un suo pensiero razionale. Non è possibile per nessuno certificare competenze basate su conoscenze aleatorie e ristrette, perché saranno competenze molto limitate a piccolissimi settori di un campo sterminato e in continuo divenire. Gli esseri umani non hanno un cervello statico ma dinamico. Il vero insegnamento, invece, consiste nel permettere che gli alunni accedano ai meccanismi del sapere, la Cultura, dunque, non è un insieme di nozioni e nemmeno di competenze, la cultura si forma allenandosi alla creazione del “dubbio” , che imprime l’input alla ricerca di soluzioni diverse per problemi diversi. Questo percorso “faticoso” avviene durante gli anni della scuola e va oltre, per tutta la vita grazie ai metodi didattici applicati dai docenti. Nessun grande musicista può suonare un concerto se non fa milioni di esercizi con le note. Nessun campione sportivo si allena senza fatica. Certamente qualcuno ha un talento straordinario e le sue competenze sono straordinarie, ma per la maggior parte, il mondo, è abitato da esseri umani normodotati che, per diventare più bravi, hanno bisogno di studiare molto. Per fare le prove INVALSI non occorre studiare, ma in genere ci si affida alla fortuna e, per questo, sono anche diseducative. Carmela Blandini-Azione Civile Area Scuola.
Ogni giorno diventa sempre più difficile insegnare a scuola. I docenti hanno da svolgere un sovraccarico di lavoro molto più ingente rispetto al passato. Non è assolutamente possibile preparare una lezione se non si approntano anche schede per gli alunni e verifiche minuziose, non è possibile esimersi dalle centinaia di relazioni sulle varie attività didattiche ed extrascolastiche, dalla compilazione del registro elettronico, dall’elaborazione di progetti mirati al recupero o al potenziamento degli studenti, non è possibile non rendicontare punto per punto tutto il programma da svolgere e quello svolto, per arrivare ad accertare le competenze acquisite dagli studenti. A tutto questo dobbiamo aggiungere i progetti interdisciplinari, le riunioni alle quali bisogna assolutamente partecipare, i corsi di aggiornamento che non è possibile ignorare e, anche, i colloqui con i genitori che, a volte, diventano molto stressanti e anche aggressivi. Nella sostanza i docenti arrivano stanchi a scuola e vanno via stanchissimi, infatti, durante le ore di insegnamento hanno dovuto, quasi sempre, combattere vere battaglie per farsi ascoltare dai loro alunni, per avere dei compiti ben compilati o per convincerli a farsi interrogare. Il maggior accumulo di stanchezza deriva, tuttavia, dal mantenere un rapporto proficuo con i propri studenti, i quali, oggi, sono sempre più disattenti e poco propensi a seguire in maniera consona ed educata le lezioni. C’è un rimedio a tutto questo? Per le centinaia di incombenze burocratico-didattiche, sommate alla consapevolezza di fare un lavoro statale malpagato, non c’è rimedio, ma per svolgere una buona lezione in un clima sereno e accettabile, forse, il rimedio c’è, ed è usare “il fascino”. Entrando nel particolare, prima di tutto bisogna pensare che ogni studente, come tutti gli esseri umani, subisce un qualche tipo di fascino e, non potendo affascinarli nelle loro preferenze individuali, perché sarebbe una cosa troppo lunga da fare, i docenti dovrebbero costruirsi un’immagine di “fascino”, generalizzato, che resti loro addosso come un’aurea. Non stiamo parlando del fascino fisico delle persone, naturalmente no! Stiamo parlando di un tipo di fascino, più profondo e culturale, che serva ad attirare l’attenzione e la fiducia degli altri, a prescindere dall’aspetto esteriore. Il docente dovrebbe sempre “agire con virtù”, cioè deve acquisire la capacità di rendere memorabili la sua disciplina e le sue lezioni. Diamo per certo che il docente sia padrone della materia di studio ma, tuttavia, questo non basta, perché egli deve saperla rendere anche comprensibile e interessante, deve saper comunicarne l’utilità, ma deve anche saperla rendere spensieratamente leggera e molto accattivante. Tutto questo è possibile accogliendo gli studenti “dentro” l’aurea che ci si è costruita con le proprie capacità morali e intellettuali, con l’attenzione attiva verso ogni studente, con la giusta disponibilità al dialogo, senza mai esagerare o mettersi sullo stesso piano degli studenti, inviando messaggi di sicurezza coniugati con atteggiamenti di fiducia e accoglienza. Il docente che fa tutto questo ha probabilità di diventare “affascinante” agli occhi degli studenti e, dopo averli “affascinati” si pone, con atteggiamento autorevole, come guida della classe, e quasi sempre ci riesce. Qualcuno può rispondere che questo è quello che fanno tutti i docenti, ma non prendiamoci in giro perché non è vero. Non è vero perché non tutti ci arrivano! Alcuni ci arrivano con l’istinto, altri ci arrivano leggendo libri sull’argomento, altri ci arrivano sul campo nell’esercizio delle loro funzioni. Ma la maniera più veloce per arrivare a capire come fare è riunire queste tre modalità: ascoltare l’istinto, osservare gli studenti in campo e leggere libri e articoli di settore. La qualità dell’insegnamento dipende dunque, molto, dalla disponibilità che mettiamo nell’insegnare agli altri quello di cui hanno bisogno, solo così, interpretando le loro esigenze e mettendole in relazione alla disciplina di cui siamo “docenti”, saremo pronti ad assolvere uno dei compiti più complicati del nostro tempo: fare acquisire competenze scolastiche ai giovani di oggi e mantenere un giusto grado di serenità in classe. Per acquistare “fascino” agli occhi degli studenti dobbiamo tenere la mente e il cuore sempre aperti. La mente deve percepire ogni minimo segnale di interesse verso ciò che diciamo e metterlo subito in risalto, il cuore deve rispondere (anche soltanto con uno sguardo, una parola o un cenno del capo) al loro sorriso, alla loro tristezza, alla loro noia, alla loro rabbia, ai loro problemi, alle loro richieste di aiuto. Questo modo di porsi a scuola mi sembrò, sin dal primo giorno, l’unico possibile che potesse funzionare con i detenuti, senza che loro ne avessero contezza spicciola, ai quali insegno Italiano e Storia da più di vent’anni. La mia autorevolezza è diventata, col passare degli anni, sempre più indiscussa in quanto, dentro il carcere, “passa la voce” del mio comportamento scolastico: sanno che sto dalla loro parte, ma soltanto se ricevo rispetto; sanno che le lezioni possono cominciare con una introduzione speciale, ad esempio una poesia da me recitata a memoria, ma anche loro possono arrivare (col mio aiuto) a recitarla a memoria; sanno che io sono ligia al regolamento, agli orari e alle loro esigenze, ma anche loro devono rispettare gli orari e le mie esigenze di fare lezione; sanno che possiamo parlare di tante cose normali ma con alcuni limiti, tipo il loro caso giudiziario perchè non mi riguarda; sanno che mi interessano i loro problemi di detenuti e il loro umore, ma senza piangerci addosso; sanno che tutti i compiti scolastici vanno svolti, ma possono contare su una mia puntuale spiegazione, ovvero su un suggerimento in più dato al momento opportuno; sanno che “dobbiamo studiare” tutti insieme, perchè la Scuola rende liberi, perché la Conoscenza e la Cultura ci rendono più forti. A me piace molto insegnare, ma so bene che non è un mestiere facile, specialmente se non si è disposti a dare il massimo di se stessi. Bisogna trovare modi “virtuosi”, colmi di cuore e intelletto, per comunicare con gli altri. Se non si è disposti a mettersi in gioco con piena consapevolezza, a diventare una guida, quasi un manuale da consultare a parole e col pensiero , una strada sicura per chi una strada non la vede o non la sa vedere, allora si incontreranno grandi difficoltà, perché gli studenti di oggi sono cambiati, sono poco seguiti dalle famiglie e poco adatti al sacrificio dello studio, sono troppo stimolati a subire ben altri tipi di “fascino”, che li devia dalla retta via. Carmela Blandini
INSEGNANTI SI NASCE, DOCENTI SI DIVENTA: AUGURI AI VERI INSEGNANTI. Grazie alla professoressa Cutelli: indimenticabile! Non è possibile pretendere che i docenti siano perfetti, ma sta di fatto che dovrebbero essere persone che hanno un alto grado di preparazione e di “umanità”. Si dovrebbe diventare insegnanti soltanto se si ha un particolare “interesse” nell’appropriarsi di una buona Cultura e nel saperla tramandare, soltanto se si ha una naturale predisposizione empatica verso gli esseri umani. Chi non ha particolare propensione verso lo studio, chi manifesta chiaramente la sua antipatia agli studenti e arriva a maltrattarli o umiliarli, chi ha un carattere scorbutico e intransigente, chi non riesce a lasciare fuori dalla Scuola i problemi della sua vita privata, per dedicarsi al suo lavoro importantissimo per il futuro di tutto il Paese, insomma, chi sceglie “per caso” di fare l’insegnante: NON è UN INSEGNANTE. Tanti anni fa ero una studentessa in una prima classe del Liceo Classico e la mia insegnante di Greco si ammalò, non era una cosa grave ma dovette mancare da scuola circa due mesi. In un primo momento fui sollevata perché le sue lezioni di Letteratura greca erano basate sulla dettatura, che lei ci faceva, della “questione omerica” scritta, in italiano, su un suo quaderno di appunti, ed erano noiose. Noi scrivevamo quello che dettava, lei spiegava ripetendo confusamente quello che aveva dettato, e io mi accorgevo che le ore passavano assurdamente inutili. Per la sua assenza ci mandarono un supplente giovane e io sperai che le cose cambiassero, invece anche lui aveva un quaderno dal quale ci dettò pagine e pagine di “questione omerica”. Ero molto delusa anche perché nessuno ci insegnava la grammatica greca e come tradurre un testo. Chiesi aiuto a mio padre, ma lui, anche se era bravissimo in Lingua latina, aveva frequentato l’Istituto Magistrale dove non si studiava la Lingua greca. Per fortuna, però, decise di mandarmi da una sua collega che insegnava Lingua greca in un altro Istituto. Le bastò un mese, un solo mese di lezioni private, per farmi capire gli ingranaggi della grammatica greca e cominciai a tradurre brani immortali della letteratura greca classica. Leggere in lingua greca la tragedia “MEDEA” di Euripide mi diede, poi, la spinta a tradurla e a sentirmi, finalmente, una vera studentessa di Liceo. Il metodo della mia insegnante privata ( andai da lei tutti i pomeriggi, tranne il sabato e la domenica, esattamente per due soli mesi ma non la dimenticherò mai) era basato sulla lettura diretta: Lei leggeva ad alta voce pagine della tragedia, io leggevo, a mia volta, a voce alta in greco, poi leggevo e ripetevo a voce alta le regole di grammatica che lei mi sottolineava, infine leggevo la traduzione delle parole sul dizionario. Arrivai perfino a saper recitare alcuni monologhi della tragedia di Medea a memoria in lingua greca (un’esperienza straordinaria), e capivo esattamente cosa stavo dicendo. Non ebbi bisogno di altre lezioni per tutti i cinque anni di Liceo, perché avevo acquisito un “ metodo” necessario per studiare quella lingua antica e abbastanza difficile della quale, dopo tanti anni, subisco ancora il fascino immortale. Grazie alla professoressa Cutelli: indimenticabile! Carmela Blandini

L'Area Scuola di Azione Civile non si stanca di dichiarare che l'alternanza scuola-lavoro deve tornare ad essere facoltativa e non obbligatoria, eccone ulteriori motivi: 

Cominciano a fioccare le denunce sugli abusi “estivi” dell’alternanza scuola-lavoro allo sportello dell’Unione degli Studenti.
Francesca Picci, coordinatrice nazionale dell’Unione degli Studenti, ci dice che a Parma gli studenti sono costretti a trasportare sdraio e ombrelloni nella piscina di un centro sportivo, quando invece pensavano di dover gestire un software per impratichirsi nella gestione.  L’alternanza “obbligatoria” sta dando i risultati sperati solo alle imprese, che, durante l’estate, approfittano della manodopera  gratuita degli studenti e non assumono tutto il personale necessario. Non è così che va  gestita l’alternanza, che dovrebbe essere  un’esperienza formativa di lavoro e non  di sfruttamento di forza lavoro giovane e, spesso, minorile. Anche in Sardegna e nelle principali località turistiche italiane si vedono giovanissimi che servono ai tavoli dei ristoranti e degli alberghi, oppure fanno altri lavori ancora più lontani dal percorso di studi che hanno scelto.

“La scuola non è un ufficio di collocamento” lo dice, a ragione, anche una preside di un istituto alberghiero di Sassari: “ L’alternanza scuola –lavoro non deve mai infrangere i limiti imposti dalla legge 107/2015”.

Ma la verità è che i limiti sono stati, troppo spesso,  ampiamente superati e i ragazzini lavorano a ritmo pieno e seguono anche  turni faticosi e pesanti , così come avrebbero dovuto fare i lavoranti che invece non sono stati assunti. Durante il tirocinio di “alternanza”  i giovani  apprendisti avrebbero dovuto semplicemente “affiancare”  i lavoranti durante un numero preciso di ore di lavoro imposto dalla legge alla scuola di riferimento,  e non giorno e notte. Insomma quello che dovrebbero fare gli studenti, solo durante le ore assegnate come alternanza, è “imparare il lavoro” e non lavorare da soli . Questa cosa risulta assolutamente disattesa e ancora il ministro Fedeli non interviene, non dice nulla per fermare il lavoro in nero che i giovani stanno fornendo e nessuno del governo si preoccupa di fare stime per capire quanti di quei lavoratori stagionali, che aspettavano l’estate per essere ingaggiati, per lavorare e per garantirsi un minimo di guadagno, sono invece rimasti senza lavoro, senza ingaggio e senza un soldo.

La legge avrebbe dovuto «Favorire il senso di iniziativa e imprenditorialità degli studenti» con un processo formativo di 400 ore in 3 anni per gli studenti degli istituti tecnici e professionali e 200 ore per  quelli dei licei. Ma il ministero dell’Istruzione non ha approntato, per un progetto diretto a  oltre “un milione e 500mila studenti”, nemmeno un registro nazionale delle imprese interessate e gli istituti scolastici non hanno nessuno strumento ufficiale di controllo sulle aziende, che accolgono i ragazzi, e su come vengono impiegate le ore di alternanza, tutto è lasciato all’occasionale buon senso di quel docente tutor che vuole prendersi la briga di chiedere ai ragazzi come vanno le cose e rischia di rimanere inorridito, perché il suo dovere sarebbe solo di “organizzare” il progetto.

Insomma chi comanda veramente sono le aziende e il lavoro viene imposto senza discernimento per gli studenti, per conseguenza può risultare un lavoro inutile al percorso di studi, oppure pericoloso, o anche faticoso, o semplicemente gratuitamente sfruttato a scapito di chi, invece, ambiva a lavorare per mantenere la famiglia.

Io personalmente ho scritto al Presidente della Repubblica per informarlo del disastro che sta accadendo sotto i nostri occhi di docenti e anche per ribadire il concetto che l’alternanza scuola-lavoro per gli studenti deve essere facoltativa e non obbligatoria per sostenere l’esame di Stato. Se fosse facoltativa gli studenti non sarebbero costretti a sottostare a trattamenti inappropriati e anche agli eventuali maltrattamenti che potrebbero subire. Inoltre ci sono alcune famiglie che non possono privarsi dei figli per il periodo prescelto dalla scuola e dalle aziende, ci sono situazioni particolari di disagio economico o di malattie,  situazioni private che non possono essere raccontate o divulgate come giustificazione agli occhi degli altri, perché potrebbero mettere i giovani in difficoltà di fronte ai compagni.

Il Presidente della Repubblica non mi ha risposto personalmente dall’alto del suo scranno, però mi ha fatto rispondere dal direttore dell’Ufficio del Segretariato Generale della Repubblica, il quale mi dice che la mia nota informativa è stata accolta e inoltrata al Ministero dell’Istruzione.

Il ministro Fedeli prenderà provvedimenti? Aspettiamo e speriamo, come sempre, che qualche ministro faccia  finalmente qualcosa di “buono” per la Scuola italiana.

Carmela Blandini- Area Scuola di Azione Civile.

Chi vuole partecipare alla nostra protesta ci trova su face book: https://www.facebook.com/ScuolaAC/