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Anche dentro le carceri è arrivato il caos della riforma scolastica. Da due anni noi docenti abbiamo già a che fare con l’introduzione del  C.P.I.A.  (Centro Provinciale Istruzione Adulti) al posto delle ex Scuole Serali. La differenza   è stata sostanziale e molto traumatica per i docenti.  Alcuni docenti, su suggerimento dei presidi che hanno scelto quelli che già lavoravano in carcere, hanno frequentato vari  corsi  di aggiornamento durante i  quali sono state fornite tante chiacchiere e una scatola vuota  con su scritto: C.P.I.A.. 

Avete capito bene, il C.P.I.A. è una scatola vuota dove i docenti hanno dovuto mettere di tutto: un orario flessibile, una programmazione progettuale collegata ad una rete di scuole, registri inesistenti, interviste come all’ufficio di collocamento per sapere quali scuole e quali lavori ha fatto chi si vuole iscrivere, e poi documenti, test di verifica, schede di valutazione, schede di  conteggio delle assenze, schede  anagrafiche, libretto del cittadino, certificati dei crediti scolastici, certificato di abilità, capacità e competenze di  ogni iscritto,  alla fine  tutto questo culmina nella stipula del  Patto formativo individuale dove il docente tutor  propone un percorso di studi personalizzato  per ogni singolo studente, il quale  può essere accettato dallo studente oppure può chiedere di rifare tutto daccapo.

Il  C.P.I.A.  offre parecchi servizi, dall’avviamento alla lingua italiana, per stranieri e analfabeti, alla licenza elementare, licenza media e i primi 2 anni di una scuola superiore professionale.  L’unica cosa buona è che potrebbe servire per avere un titolo di studio riguardante il lavoro che già si fa, oppure per un lavoro che si vorrebbe fare. Il  C.P.I.A.  serve agli adulti in cerca di lavoro e a quelli che hanno perso il lavoro e vogliono impararne un altro. Insomma sarebbe una buona opportunità anche per i detenuti, ma il problema è sempre lo stesso: quando un detenuto esce dal carcere quasi sempre viene abbandonato a se stesso, e se resta senza lavoro dovrà pur vivere facendo qualcosa, qualunque essa sia, anche il peggio!

Nelle scuole superiori professionali carcerarie il C.P.I.A.  ha il compito di preparare i detenuti per una Qualifica o un Diploma di tipo professionale per accedere ad un posto di lavoro. Ma le carceri non sono tutte uguali, già le scuole non sono presenti in tutti gli istituti di reclusione, e sono pochissime le carceri “modello”  dove tutto funziona secondo una sperimentazione che ufficialmente serve ad avallare le leggi che parlano della riabilitazione dei detenuti come raccomanda l’Unione Europea. In genere la scuola in carcere, quando c’è, deve sottostare alle necessità del regolamento imposto ai detenuti, e a questo si aggiunge il caos della persistente mancanza dei docenti che, spesso, con poche ore  in  carcere completano le 18 ore della loro cattedra.

In carcere accade, dunque, che tanti docenti sono di passaggio, l’anno successivo chiedono trasferimento  e se ne vanno. Il carcere per gli adulti, che in fondo è coercitivo anche per gli insegnanti, è stancante per chi è abituato a stare  fuori e con studenti  giovani. Le imposizioni, il dovere minuzioso di sottostare a controlli, il rispetto meticoloso del regolamento, il raggiungimento degli obiettivi scolastici con grande fatica e con  leggi sempre più complesse, l’impossibilità di fare lezioni con computer  e altra tecnologia, nelle carceri normali, non attrae tutti i docenti e nemmeno tutti  i Dirigenti scolastici. Per fortuna, ci sono buone eccezioni e alcuni docenti si adattano, perché sentono che la loro cattedra è così utile ai detenuti  da indurli a superare ogni disagio.

Cosa sperare per la scuola in carcere?  Tutti noi docenti che lavoriamo ogni giorno in carcere speriamo che i nostri studenti rientrino nella società più istruiti, pronti a mettere in pratica le competenze acquisite, più forti verso le tentazioni dei facili guadagni e della criminalità, più consapevoli della necessità di seguire percorsi legali grazie al diploma conquistato. Ma ci aspettiamo, anche, che i nostri studenti vengano accolti nel mondo del lavoro per  merito delle loro nuove competenze, perché hanno studiato  e, spesso, con ottimi risultati.

 

Carmela Blandini

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