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La difesa dei valori e dei principi della Costituzione CI RIGUARDA.

di Marina Boscaino

Primo bilancio della raccolta delle firme contro la Legge 107/2015 Siamo vittime consapevoli di una deriva autoritaria e neoliberista, che colpisce gli individui singoli, le strutture complesse, le istituzioni, tra cui la scuola, e il Paese intero.

Un Paese i cui cittadini hanno difficoltà a reagire in modo significativo e convinto alla proterva e costante provocazione cui sono sottoposti da parte del governo. Come siamo arrivati fino a qui? Cosa ci è successo? Come siamo passati dalla Resistenza alla post-democrazia dei post, al protagonismo esercitato nella pseudo agorà virtuale, dove troppi si illudono che un momento di visibilità possa sostituire in modo efficace un vero processo democratico?

La partecipazione politica - prevista e garantita dalla Costituzione - prevedrebbe invece presenza, mobilitazione, pazienza, costanza e impegno quotidiano.

Durante i 3 mesi di raccolta delle firme per la presentazione dei quesiti referendari contro la Pessima Scuola di Renzi, mi sono addirittura imbattuta in persone che sostenevano di già aver firmato “online” per l’abrogazione di tutta la legge 107 e non di quattro suoi aspetti, come la formulazione di quesiti referendari prevede, dal momento che non è possibile per ragioni giuridiche generali cancellare l’intera norma.

L’incarnazione di un paradigma del nostro tempo: persone spesso acculturate, talvolta colte, confondono petizione online e referendum previsto dall’art. 75 della Costituzione italiana, una delle massime occasioni di esercizio della sovranità popolare, a sua volta messa pesantemente in forse dalla riforma costituzionale, su cui saremo chiamati a pronunciarci – ovviamente per il NO – il prossimo 4 dicembre. Un forte segnale di come un ventennio di berlusconismo e di falso antiberlusconismo abbia inquinato in modo gravissimo principi ed esigibilità della pratica democratica.

Parallelamente, però, in quei giorni passati per le vie di Roma, ai tavolini, ho parlato con molta gente; ho colto senso di impotenza, esasperazione, risentimento civico e civile. Insieme alla volontà di confronto, discussione e denuncia. Dinamiche assai diverse da ciò che i comunicati ufficiali, i tweet, le conferenze stampa, gli show mediali hanno voluto e vogliono rappresentarci.

C’è qualche concreta speranza che sulla seduzione dell’annuncio ad effetto (le pensioni), dell’uscita dalla crisi economica (i dati presentati sempre in maniera edulcorata, con la complicità dei media, quasi tutti asserviti), del pragmatismo efficiente e modernista (lo stilema della comunicazione) prevalga la considerazione realistica dello stato in cui oggettivamente versa il nostro Paese (i tagli alle prestazioni sanitarie, la rinuncia definitiva al principio della solidarietà, il primato dell’economia che sacrifica le vite di moltissimi per migliorare quella di pochissimi, la precarizzazione del lavoro e delle esistenze, una scuola ridotta a simulacro di un passato di simbolo e strumento di emancipazione per tutti e molto altro ancora)? Non è del tutto detto, nonostante basterebbe – per arrivare a questa conclusione – osservare con un po’ di attenzione lo stato delle cose e non farsi incantare da una narrazione edulcorata artificialmente, mix tra efficientismo, giovanilismo, muscolarità, spregiudicatezza. L’Italia attraversa una profonda crisi di identità democratica; ma è anche un Paese che non ha del tutto perso la capacità di resistere e reagire– per ora solo potenzialmente – all’attacco allo stato sociale e ai diritti garantiti per tutti.

Questa Italia non ha ancora assimilato la logica della precarizzazione del lavoro e delle esistenze. Questa Italia potrebbe cessare di credere all’uomo solo al comando e di dare fiducia alla politica degli annunci. Dal referendum sulla Buona Scuola a quello costituzionale

C’è insomma una parte dei cittadini che non è ancora totalmente preda del Pensiero Unico; queste persone devono essere oggetto della nostra cura, delle nostre energie, delle nostre attenzioni. Sono loro ad aver sottoscritto le 515mila firme a quesito che abbiamo depositato in Cassazione. Firme che non ci consentiranno di celebrare la consultazione nella prossima primavera, poiché fisiologicamente le procedure di controllo riducono il numero di firme valide, in conseguenza dell’accertamento di vari tipi di errore formale. Firme che costituiscono senza dubbio un successo politico significativo: non ce l’abbiamo fatta, per pochissimo.

Questo dato è il nostro più grande rammarico; e dovrebbe esserlo anche per chi non si è adoperato nella sensibilizzazione e nella raccolta come avrebbe potuto/dovuto; ma anche il nuovo punto di partenza per non arrendersi all’inerzia, per imparare dall’esperienza del percorso referendario. È infatti evidente che c’è una forte connessione tra l’intervento governativo sulla scuola pubblica – che per altro ricalca una logica molto coerente con quello sul lavoro – e l’intervento sulla Costituzione.

Il depauperamento delle funzioni degli organi collegiali e la concretizzazione di un’idea verticistica, con gestione apicale della scuola, configurata in primis dal dirigente scolastico e dai suoi più stretti collaboratori mettono in atto una repressione/soppressione della democrazia scolastica e sottraggono completamente – sacrificandolo ad un presunto miglioramento dell’efficacia e dell’efficienza del sistema – spazi di democrazia e di sovranità agli organi che rappresentano la tutela dell’interesse generale e del pluralismo nell’istruzione.

Analogamente, l’abbandono dal bicameralismo paritario e della funzione di reciproco controllo esercitata dalle due Camere nell’esercizio del potere legislativo, contenuto nella deforma costituzionale, abbinato ai capilista bloccati e al premio di maggioranza previsti dall’Italicum violano quanto disposto dall’art 1 della Costituzione: “la sovranità appartiene al popolo”. Una sovranità ridotta a mero orpello retorico, secondo gli auspici di decostituzionalizzazione dei diritti espressi da JP Morgan nel 2013, allo stesso modo della libertà di insegnamento, violata e svuotata dalla 107, che a sua volta ubbidisce brutalmente ai principi neoliberisti, che prevedono che la scuola passi dalla formazione di cittadini consapevoli all’erogazione di competenze per il mercato del lavoro.

Il lavoratore della scuola, demansionato, valutato dal dirigente scolastico secondo parametri discrezionali quando non totalmente arbitrari, reclutato da uno solo e non secondo l’unico sistema trasparente e garantito per tutti, quello delle graduatorie, vedrà riconosciuta la propria libertà di insegnamento solo sul piano formale. Siamo nel corso di un processo che vuole rendere impraticabile nei fatti la forma più alta della democrazia scolastica. La tutela della libertà personale (di pensiero, di teoria e pratica didattica) e della libertà collettiva non sono un residuale privilegio di maestri e professori, ma un principio inserito dai Costituenti dopo la fine politica e la condanna morale del regime fascista a tutela dell’interesse generale, per garantire i giovani cittadini della Repubblica (e pertanto tutti i cittadini) contro ogni forma di pensiero unico e di indirizzo culturale autoritario, con il conseguente obbligo per ciascuna scuola di essere un’istituzione democratica, laica, pluralista, inclusiva. Una scuola democratica e pluralista ha bisogno di uno Stato democratico e pluralista. Uno Stato democratico e pluralista ha bisogno di una scuola democratica, la scuola della Costituzione.

È soprattutto per questo che la battaglia contro la deforma costituzionale è una battaglia anche della scuola e per la scuola della Repubblica. Una mobilitazione mancata Dopo che abbiamo messo a rischio la possibilità di arrivare al referendum sulla scuola, non possiamo compiere altri errori. Dopo la straordinaria mobilitazione della primavera del 2015 e il grandioso sciopero del 5 maggio, pensavamo infatti di aver già vinto la nostra scommessa e invece rapidamente la sfida si è fatta difficile, con un esito tutt’altro che sicuro.

Perché? È un paradosso, ma sono mancati in primo luogo i colleghi. I docenti a tempo indeterminato sono circa 700mila: sarebbe bastato che tutti sentissero il diritto/dovere di andare a firmare i moduli con i quesiti referendari e non avremmo avuto problemi di nessun tipo; e invece non è andata così. Certamente hanno giocato a sfavore l’ignavia, l’inerzia, il senso di una sconfitta violenta, dopo uno scontro frontale: la 107 fu approvata in modo autoritario con un voto di fiducia in Aula, a prevaricare la Commissione senatoriale e, soprattutto, la mobilitazione e il dissenso. Probabilmente, poi, hanno fatto gioco al governo alcune mosse demagogiche del renzismo.

In primo luogo la regalia dei 500 euro, erogata a paternalistico risarcimento dell’approvazione della legge, a fronte di un contratto bloccato ormai da 7 anni, con una perdita clamorosa di potere d’acquisto dei salari, che una parte della categoria priva di senso della dignità, dell’identità e della professionalità ha accolto come il cucciolo accoglie la carezza del padrone distratto, scodinzolando gaio. Oppure la partita delle assunzioni, vissute da molti non come un diritto maturato (e peraltro mortificato dal demansionamento, dall’organico potenziato, dalla chiamata diretta, dai concorsi truffa), ma come una munifica elargizione da parte del prodigo mecenate.

È protagonista di questi processi quella parte di italiani che ha perso o non ha mai avuto un’idea certa e solida delle esigibili prerogative della dignità di tutti e di ciascuno a proposito del lavoro, quella che ha introiettato – e in parte contribuito a produrre – la mentalità del jobs act. In secondo luogo è mancato il raccordo con i due principali elementi di un potenziale triangolo virtuoso di mobilitazione politico-culturale nel Paese. Si era pensato a un fronte unitario. E invece abbiamo scontato, per quanto riguarda il lavoro, lo sfilarsi dal percorso di referendum condivisi della Confederazione Cgil, che ha raccolto le firme contro il Jobs Act in solitudine, salvo rare eccezioni, Per quanto riguarda il tema delle istituzioni, abbiamo pagato il fatto che non sempre i comitati in difesa della Costituzione ci hanno coinvolto/sono stati coinvolti in raccolte comuni di firme, sacrificando una reciprocità di intenti che avrebbe dovuto imprescindibile.

Siamo convinti di non dover restituire il “favore”: l’obiettivo del NO il 4 dicembre deve entrare a far parte della nostra identità di cittadinanza consapevole, in difesa non solo della Carta e delle scorribande ai danni delle istituzioni repubblicane, della rappresentanza, della democrazia; ma anche della possibilità di applicare realmente i principi enunciati dalla prima parte della Costituzione, solo apparentemente intonsi, invece in grave pericolo se il progetto della maggioranza Pd e dei suoi vassalli dovesse risultare vincente. Infine, sono mancati in modo evidente e non scusabili i partiti e i movimenti della cosiddetta opposizione parlamentare, che erano distratti dalle elezioni amministrative, troppo impegnati ad intestarsi in proprio battaglie altrui (il M5S) o a sbrogliare inestricabili matasse interne (la neonata Sinistra Italiana). La loro collaborazione era stata annunciata e confermata in ciascuna delle 4 assemblee deliberanti che avevano preceduto la raccolta delle firme, tra luglio del 2015 e febbraio del 2016: si era infatti deciso, con votazione unanime, di istituire un comitato promotore costituito da sindacati della scuola, associazioni, pezzi di movimento, e che i partiti e movimenti politici sarebbero stati comitato sostenitore.

E invece nulla, eccetto rarissimi casi locali. Nessuna presenza operativa, nessuna iniziativa di propaganda, nessun finanziamento. Non solo: nessuno di questi soggetti, che in virtù del loro ruolo e delle loro posizioni hanno quella visibilità pubblica e quell’accesso ai media, che sono stati intenzionalmente negati ai promotori del referendum, ha proferito anche una sola parola in merito alla raccolta delle firme nel corso dei 3 mesi di svolgimento. Un silenzio colpevole, strumentale, di cui il mondo della scuola dovrà necessariamente tenere conto.

Allo stesso modo ci sono stati molti tra associazioni e sindacati che al momento della costruzione del percorso referendario hanno preteso visibilità e esercitato condizionamento, ma che si sono poi sostanzialmente dileguati (fatti salvi singoli casi locali) quando sarebbero state necessarie forze e risorse per la raccolta delle firme. E così si può dire che la raccolta sia stata sostenuta integralmente da Flc, Cobas e Unicobas, con una partecipazione sporadica di Gilda. Dov’erano tutte le altre forze che continuano a tuonare contro la 107 e che avevano insistito per sottoscrivere il percorso, nell’assemblea deliberante del 7 febbraio a Napoli? Una scuola devastata In attesa del responso della Corte di Cassazione, è in atto una progressione di antidemocrazia e di autoritarismo che si sta sviluppando dalla attuazione della legge 107.

Se in Agosto si sono verificate numerosi manifestazioni di protesta da parte dei docenti che l’imperscrutabile algoritmo ministeriale ha anche quest’anno condannato a trasferirsi dal Sud al Nord, destinandoli ad ambiti territoriali molto lontani dalle loro sedi di residenza, in Settembre i titoli dei quotidiani locali dedicati alla scuola erano spesso dedicati al loro contro esodo. Insomma, il caos dilaga, i ricorsi proliferano, le “toppe” del Miur sono spesso peggiori dei buchi. Accanto a questo si sono manifestate le grottesche, se non fossero decisamente tragiche, conseguenze della “chiamata diretta” dei docenti, costretti ad inviare un curriculum vitae e a mettersi all’asta su un mercato del lavoro determinato da criteri che spesso con pedagogia e didattica hanno poco a che fare.

C’è stato chi – in ossequio alla peggiore modernità- ha chiesto l’invido di un video, non a mezzo busto, ma a figura intera: una sorta di “provino”, non per un casting, ma per andare ad assumere un ruolo nella scuola della Repubblica: Lo hanno richiesto i dirigenti di due scuole toscane: Alessandro Giorni dell’istituto comprensivo “Pier Cironi” di Prato e Margherita De Dominicis della scuola “Anna Frank” di Pistoia, due nomi che ci ricordano come l’istituzione della dirigenza scolastica abbia non solo ibridato ma anche insozzato le finalità della scuola della Costituzione, soprattutto quando valorizza personaggi indegni non solo di dirigere un istituto scolastico, ma di entrarvi. La chiamata diretta, del resto, è la logica che ha permesso a Maria Elena Boschi di fare il ministro della Repubblica e addirittura di mettere mano alla Costituzione: questa stessa logica metterà rapidamente in moto tutte le potenziali, note e usuali situazioni di illegittimità: clientelismo, corruzione, scambio di favori, rimozioni arbitrarie.

Un inciso: come non ricordare che la Rai, l’altro polo – almeno sulla carta – del pluralismo e della libertà di pensiero, è stata soggetta ad un attacco senza precedenti per sostituire a direttori “scomodi” una cordata di “fedelissimi” che serrino le fila per addestrare il popolo italiano a votare sì al referendum costituzionale? In questa situazione, non possiamo non farci alcune domande. Quanti tra coloro che oggi si disperano e gridano allo scandalo hanno partecipato attivamente alla campagna di raccolta delle firme, che peraltro interveniva con un quesito proprio sul tema della “chiamata diretta”?

Quanti di coloro che oggi si trovano demansionati nell’organico di potenziamento hanno contestato il Jobs Act e le sue scelleratezze, la cui logica è stata prontamente inserita anche nella 107? Quanti docenti hanno davvero capito compreso la realtà che si configura con l’alternanza scuola-lavoro? Quanti hanno colto la svendita del concetto di sapere disinteressato (quello che crea cittadinanza consapevole) ed insieme ad esso di diritti – allo studio, all’apprendimento, ma anche al rapporto necessario tra lavoro e salario.

Soprattutto negli istituti tecnici e professionali, l’alternanza scuola-lavoro può diventare la nuova frontiera del business, con lavoratori a costo zero; nei licei, invece, può determinare un forzato allontanamento dallo studio, in barba al concetto di obsolescenza lavorativa, per ragazzi che – ben che vada – dovranno attendere almeno 10 anni prima di utilizzare le presunte competenze. La chiusura di fatto nell’autunno del 2015 della mobilitazione primaverile ha dato origine a una sorta di bricolage della resistenza. In questo triste contesto, quanti hanno davvero ostacolato la definizione dei criteri per la valutazione del bonus premiale, che si è poi concretizzato in palestra per la soppressione dei diritti?

Quanti, infine, giudicano ancora scandaloso il fatto che le scuole paritarie – spesso “diplomifici” che percepiscono anche finanziamenti pubblici – continuino ad erogare diplomi di scuola superiore, con il medesimo valore legale di quelli erogati dalla scuola statale? Quanti continuano ad avere a cuore il “senza oneri per lo Stato” previsto dalla Costituzione Italiana e frantumato dalla legge di parità nel 2000? Una sorta di risposta a questa domanda è arrivate dall’ANP Associazione Nazionale Presidi, che durante lo scorso anno si è adoperata per presidiare e riempire di contenuti tutti gli aspetti più autoritari della legge 107. Nell’inverno ha visto la luce un suo vademecum prodotto, diffuso ed utilizzato durante i seminari di aggiornamento dei Dirigenti scolastici sulle linee-guida del PTOF (Piano Triennale dell'Offerta Formativa), che conteneva aperte istigazioni alla violazione di diritti costituzionali ai danni dei docenti. In particolare si esortavano i Presidi ad assumere disposizioni e atteggiamenti che permettessero loro di "non avere le mani legate nei riguardi dei docenti contrastivi ". Questa espressione ha configurato un’identità politico-culturale in cui si sono immediatamente riconosciuti con orgoglio e passione centinaia e centinaia di colleghi indisponibili all’asservimento e alla collusione con la devastante e definitiva entrata del pensiero neoliberista nelle scuole, nelle intenzioni dell’Anp ridotte a monocrazie completamente private della dimensione collegiale.

Ci riguarda A questa forza non numericamente invincibile, ma certamente indomita, dobbiamo continuare ad appartenere e a fare riferimento; non isolati, ma comunità di intenti solidale che pone al centro delle proprie scelte l’interesse generale, tanto relativamente alla scuola pubblica e alla sua funzione di democrazia, laicità e consapevolezza critica; quanto alla condizione del Paese, che non può permettersi un ulteriore devastante giro di vite rispetto alla vitalità delle strutture portanti di democrazia, partecipazione e pari opportunità. Un’occasione c’è: è l’adesione alla campagna per il NO alla riforma costituzionale, in cui il movimento della scuola può avere un ruolo molto significativo, promuovendo informazione, dibattito, confronto all’interno degli istituti scolastici e quotidiana mobilitazione all’esterno, nelle vie e nelle piazze. La difesa dei valori e dei principi della Costituzione CI RIGUARDA.

E’ questo lo slogan della campagna che stiamo costruendo come scuola democratica: formazione dei docenti perché possano più consapevolmente interloquire sui posti di lavoro in merito alla de-forma della quale anche studiosi di diritto costituzionale stentano a comprendere l’impervia e illeggibile redazione, mentre il progetto ad essa sotteso è purtroppo ben chiaro. Opuscoli informativi destinati agli studenti e ai genitori, con una filologica disamina del testo costituzionale ora vigente e di ciò che esso diventerà. Un appello – Ci riguarda, appunto – sul quale raccogliere firme e da pubblicare su una piattaforma.

Materiale vario, locandine, volantini, destinato a sottolineare in parole chiare le eventuali ripercussioni di una conferma popolare del testo Boschi non solo sulla tenuta realmente democratica del Paese, ma anche sulle condizioni di esistenza dei singoli. I comitati Lipscuola in tutte le città in cui sono presenti e auspicabilmente insieme a quanti più soggetti del sindacalismo e del movimento per la scuola pubblica devono essere al servizio di una competizione referendaria che ha assunto improvvidamente i connotati di una resa dei conti. Noi, inoltre, una proposta di riforma in termini di indirizzo l'abbiamo, la nostra Legge di Iniziativa Popolare Per una Buona Scuola per la Repubblica, che stiamo terminando di riscrivere e su cui raccoglieremo le firme al più presto (50mila speriamo e non 150mila, come pure la de-forma imporrebbe) tornando nelle piazze. Se il NO prevarrà, inoltre, vi saranno forse le condizioni perché le forze politiche che si candideranno per l'alternativa costruiscano insieme a noi un percorso politico per il ripristino delle condizioni di democrazia nella scuola.

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