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(di Antonio Ingroia, sul Fatto Quotidiano in edicola oggi)
 
La fretta, si sa, è cattiva consigliera. Lo è sempre, lo è ancora di più quando è dovuta a pressioni esterne.
 
Un magistrato deve saper decidere nei giusti tempi,  nel rispetto della giustizia e delle parti processuali, ma non deve mai farsi condizionare da un articolo al veleno di qualche giornalista irritato dal ritardo nel deposito della motivazione di una sentenza.
 
Se lo fa, inevitabilmente alimenta il sospetto che non abbia valutato adeguatamente i fatti su cui era chiamato a decidere.
 
Specie quando si tratta di materia incandescente, che ha a che fare con la Ragion di Stato assassina che nella trattativa con la mafia ha mietuto vittime innocenti nella stagione stragista del '92-'93. 
 
La premessa è d’obbligo prima di commentare l'assoluzione dell’ex ministro Calogero Mannino.
 
Centinaia di pagine di motivazione in gran parte frutto di approssimazioni e fraintendimenti, a causa di una frettolosa lettura delle carte che immagino la procura di Palermo non avrà difficoltà a smontare impugnando la sentenza.
 
L'assoluzione, si badi bene, risale a un anno fa, ma la motivazione è stata depositata dal Gup solo lunedì, e quindi le parti, a cominciare dall'imputato, hanno tutte le ragioni per dolersi di un tale intollerabile ritardo.
 
Ancor più singolare appare perciò la circostanza che il giudice abbia reso pubblica la sentenza in “bozza”, come si legge nell'intestazione della prima pagina, ove si precisa che di "bozza" si tratta, perfino "con l'avvertenza che il testo depositato contiene delle correzioni".
 
Una cosa senza precedenti che fa formulare due ipotesi: o è stata distribuita ai giornalisti una "bozza di sentenza" prima del suo formale deposito, cosa gravissima; ovvero, cosa non meno grave, si è prima depositata una "bozza" cui segue un testo "con correzioni".
 
In tutti i casi una vicenda imbarazzante, che dovrebbe allertare CSM e Ministero della Giustizia, sempre solerti nel controllare l'operato di PM artefici di indagini scomode: ricordate la bizzarra ispezione ministeriale al Tribunale di Palermo per verificare l'effettiva distruzione delle famigerate intercettazioni Napolitano-Mancino? 
 
Ma come mai, dopo il ritardo, l'improvvisa accelerazione?
 
Non è difficile immaginare che il Gup avesse fretta di chiudere per effetto di un articolo di stampa, che qualche giorno fa mentre elogiava il giudice per aver assolto Mannino lo sollecitava a depositare le motivazioni della sentenza.
 
 
Il risultato è una sentenza emessa in modo frettoloso, caratterizzata da evidenti errori e talvolta da vere e proprie cantonate, forse ispirate dall'intento di un giudice che per farsi perdonare il ritardo ha generosamente ecceduto,  tradendo l'ansia di scagionare tutti gli imputati della trattativa, non solo Mannino.
 
Fino al punto di dimenticare il dispositivo della sentenza emesso un anno prima, secondo cui Mannino non è stato prosciolto con la formula piena ma per insufficienza di prove, sicché andavano indicate le prove a carico riconosciute valide, seppur ritenute insufficienti.
 
E dimenticando pure che Mannino è stato assolto per non avere commesso il fatto, sul presupposto quindi che il fatto-reato sussiste, mentre la motivazione è dedicata alla  demolizione integrale dell'impianto accusatorio per dimostrare che nessuno degli imputati del processo “trattativa” ha commesso alcun reato.
 
E non sono gli unici brutti scherzi che la fretta ha giocato al giudice che, non riuscendo a padroneggiare l'immenso materiale probatorio, cade in svariati imperdonabili errori e fraintendimenti dei fatti.
 
Ne è un clamoroso esempio il giudizio espresso sul “papello” di Riina consegnato alla procura di Palermo da Ciancimino, che secondo la sentenza sarebbe “frutto di una grossolana manipolazione” anche perché “fornito ai pm solo in fotocopia”. 
 
Qui il giudice sembra ignorare che sofisticate perizie tecniche della polizia scientifica hanno dimostrato l’autenticità del documento, grazie ad un'accurata perizia merceologica che accertò che la carta del documento risaliva al medesimo periodo del papello, essendo impensabile che Massimo Ciancimino avesse conservato una risma di fogli per oltre 20 anni in previsione di confezionare poi un falso che avrebbe dovuto ingannare i periti.
 
Ovvio poi che Vito Ciancimino, dovendo recapitare l'originale al Governo, potesse trattenerne per sé solo una copia.
 
La sensazione è che il giudice ha fatto ancora confusione con un altro documento, quello sì frutto di manipolazione, scoperta dalla Procura di Palermo che perciò arrestò Ciancimino jr., ma si tratta di due cose totalmente diverse e che non intaccano l'attendibilità delle sue dichiarazioni quando, come nel caso del papello, pienamente riscontrate.
 
Ma qui l'errore del giudice è figlio della stessa ansia assolutoria che anima tanti commentatori che cercano così di allontanare il peso della incancellabile colpa per le vittime innocenti della scia di sangue che la trattativa Stato-mafia ha lasciato dietro di sé.
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