All’assemblea nazionale di Azione Civile, qualche settimana fa, Antonio Ingroia ha svolto una relazione introduttiva che ho condiviso.

Nella relazione, Antonio ci invitava a riflettere su tre domande: dove andiamo; come ci andiamo; con chi ci andiamo.

Mi concentro soprattutto sulla terza domanda e vorrei portare la mia esperienza personale.

Sono un socialista. Ho sempre vissuto di lavoro e ho sempre fatto politica per passione e per impegno civile, in uno spirito di volontariato attivo. Da quando nel 1992-1993 è crollata la Prima Repubblica e quel sistema di partiti, sono rimasto ancorato comunque alla sinistra, aderendo al PdS, poi ai DS, infine al PD. Nel PD le sofferenze più forti. Assistevo alla mutazione genetica del PD, con un disagio personale sempre crescente. Alle maledette primarie dell’8 dicembre 2013, quando vinse Renzi, vado al seggio per votare Cuperlo e mi sento dare del Lei. Ho provato a spiegare che nei partiti di sinistra ci si da del Tu, per tradizione. Ma capivo che non capivano. La vittoria di Renzi ha reso la situazione asfittica. Con Renzi, il PD ha incarnato il declino della politica da subito, e poi nei mesi successivi (Fassina chi? e #enricostaisereno), fino all’approdo di Renzi a Palazzo Chigi. Condivido pertanto l’analisi di Antonio Ingroia sulle controriforme di Renzi. Ma, già dal 2013, molti di noi dentro il PD svolgevano lo stesso tipo di analisi. Controriforme costituzionali, legge elettorale, economia, lavoro, welfare: su questi temi la distanza tra le posizioni di molti di noi da quelle di Renzi diventava sempre più marcata. Cresceva l’idea di uscire dal PD, ormai non più partito di sinistra, nemmeno di centro-sinistra, niente, il PD aveva completamente capovolto ogni prospettiva.

Uscire da solo? Non aveva senso e peso politico. E così, molti di noi hanno cominciato a condividere le posizioni di Stefano Fassina, io, per la verità, da molto prima. E così, attraverso un percorso sofferto e travagliato, siamo usciti tutti insieme a giugno di quest’anno, ufficializzando il 4 luglio nella manifestazione del Palladium, alla Garbatella.

Ho aderito a Rivoluzione civile fin dall’inizio: in quel momento, ho applicato il criterio della doppia adesione, al PD e a Rivoluzione civile. Peccato che per poco non abbiamo superato la soglia di sbarramento del 4 per cento. Le cose sarebbero andate diversamente, avremmo scritto tutta un’altra storia.

Ma oggi siamo qui con Azione Civile, con Antonio Ingroia. Io trovo una perfetta coincidenza tra l’analisi sviluppata da Antonio, come dicevo prima, e la posizione portata avanti da anni da Stefano Fassina. Le analisi coincidono su questo mondo alla rovescia dove centrale è il tema della lotta alle diseguaglianze, come magistralmente documentato nel libro “Il Capitale nel XXI secolo” di Thomas Piketty. E, proprio pensando a tutto questo, vengo alla domanda: con chi? Mi viene da rispondere: con tutto ciò e con tutti quelli che sono alla sinistra del PD. Certo, essere a sinistra del PD non è un grosso sforzo, vista la deriva destrorsa di questo partito, ma diciamo così per capirci.

Noi dobbiamo continuare con Azione Civile, ma non si va da nessuna parte se non si creano alleanze. Dobbiamo andare avanti, ma non da soli. Anzi dovremmo essere proprio noi a svolgere un’azione incisiva e a costruire una rete di rapporti per unire tutto ciò che si può unire a sinistra. Solo così si vince. Sono d’accordo con Antonio sull’ipotesi di partecipazione di Azione Civile ad eventuali liste civiche, da valutare volta per volta. Giusto. Ma, a livello nazionale, abbiamo bisogno di alleati, di quegli alleati che riteniamo più vicini alle nostre posizioni. E non può che essere il gruppo che fa capo a Stefano Fassina e a Sinistra Italiana. E’ interessante, al tempo stesso, l’esperienza di Risorgimento Socialista messa in campo da Franco Bartolomei e Alberto Benzoni.

Ultime considerazioni sulle elezioni amministrative di primavera: ogni realtà è a sé. Questo lo sappiamo. Ma Roma è Roma e qui tocca misurarsi. Alle precedenti elezioni, abbiamo fatto bene ad appoggiare Ignazio Marino, il quale ha commesso errori, come lui stesso ammette, ma il modo in cui è stato fatto fuori dal duo Renzi-Orfini è vergognoso. Marino ha fatto due errori clamorosi all’inizio, da cui poi è derivato tutto il resto: il primo errore lo ha fatto in campagna elettorale con quello slogan errato “Non è politica, è Roma”; il secondo lo ha fatto nella scelta dei collaboratori, che non conoscevano nulla di Roma. Poi sappiamo com’è andata. Ma la prossima partita su Roma non si può perdere e Azione Civile deve essere protagonista.

Una battuta, infine, sul corto circuito dell’informazione che, su ogni canale Tv, è sempre più autoreferenziale con gli stessi interlocutori che girano dappertutto. Dal lunedì al venerdì, è così su tutti i canali. Vale in sintesi una vignetta di Vauro: “Sapete cos’è il pluralismo? Vedere la stessa cosa su canali diversi”. E con questo, ho detto tutto.

Chiudo esprimendo una condivisione profonda con una frase “storica” di Antonio Ingroia e che alla base di Azione Civile: “Noi siamo i partigiani della Costituzione”. Andiamo Avanti!

Orfeo Notaristefano

Perché Daesh

Stato islamico in Iraq e Siria (ISIS), Stato Islamico del califfato (SIC), Stato Islamico (IS), Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL) e l’equivalente in lingua araba Daesh sono termini che i mass-media utilizzano per indicare il gruppo terroristico che controlla ampie porzioni di territorio in Iraq e Siria. Questa confusione è dovuta in parte alle imprecisioni dei media e in parte all’evoluzione che il gruppo terroristico ha avuto. Nei Paesi di lingua araba l’acronimo utilizzato è quello di Daesh, questa parola ha un assonanza con il verbo arabo distruggere, che calza a pennello al gruppo terroristico. Vi è anche un altro vantaggio nell’utilizzo del termine Daesh, quello di non concedere ai terroristi la definizione di stato.

La situazione attuale

Le principali forze che controllano porzioni di territorio siriano sono almeno sei: si va dalle brigate di autodifesa curde a Daesh (c.d. Stato Islamico), passando per Hezbollah (filo-Assad), Ribelli dell’Esercito Siriano Libero (Anti-Assad), Al Nusra (jihadisti anti-Assad), e truppe rimaste fedeli a Bashar al-Assad.

Le Unità di difesa del popolo curde controllano quasi per intero il confine nord della Siria, eccetto un’ampia zona sotto il controllo di Daesh e una sottile striscia di terra sotto il controllo dei ribelli anti-Assad. Daesh controlla ampie porzioni di territorio a ridosso di quelle curde, domina inoltre la parte centrale dello stato siriano e alcune strategiche vie di comunicazione con l’Iraq. La zona costiera e ampie zone dell’entroterra ad ovest della Siria sono controllate dalle truppe filo-governative fedeli ad Assad, che assieme all’ alleato Hezbollah controllano anche il confine con il libano. L’opposizione anti-Assad controlla porzioni di territorio nel nord-ovest della Siria e lungo il confine sud-est con la Giordania. La capitale Damasco è contesa tra forze filo-governative ribelli dell’ESL e gruppi alleati di Daesh.

Troppi solisti rovinano il concerto

Le forze in campo sono molte, molto variegate e spesso in competizione tra loro anche quelle che formalmente combattono nello stesso schieramento.

Dal settembre del 2014 sono iniziati i bombardamenti della c.d. Coalizione di cui fanno parte le forze di Stati Uniti, Canada, Australia, Marocco, Turchia, Giordania e le petromonarchie di Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Qatar. A questi stati, solo recentemente si sono aggiunti inglesi e francesi, quest’ultimi dopo i fatti di Parigi hanno iniziato una campagna di bombardamenti in grande stile sulle città siriane controllate da Daesh, in particolare Raqqa.

Sulla Coalizione vale la pena aprire una parentesi, infatti non tutti gli attori internazionali condividono i medesimi obbiettivi. Il filo conduttore che accomuna questi Paesi è l’opposizione al regime Bashar al-Assad.

Vediamo ora le divergenze all’interno della Coalizione. Da un lato troviamo Stati Uniti e le altre potenze occidentali che tentano di scalzare dal potere Assad sostenendo i “ribelli moderati” dell’esercito siriano libero e i curdi, anche se in un primo momento vennero riforniti di armi ed equipaggiamenti anche formazioni di ribelli islamisti e notizia di un paio di mesi fa una milizia appena addestrata da statunitensi e turchi è passata armi e bagagli nelle fila dei ribelli islamisti quaedisti (affiliati ad al-quaeda). In linea di massima gli stati occidentali della coalizione vorrebbero arrivare presto alla deposizione di Assad per concentrare gli sforzi contro Daesh, bersaglio dei bombardamenti.

Le petromonarchie (Arabia Saudita – Bahrain – Emirati Arabi Uniti – Qatar), come detto in precedenza queste puntano alla caduta di Assad (sciita) per sostituirlo con un governo amico e sunnita. Al contrario della “parte occidentale” della coalizione rifornisco le milizie islamiste radicali e pur di raggiungere il proprio obbiettivo sono disposte a fare affari e rifornire anche Daesh.

Obbiettivi analoghi e con metodi simili sono perseguiti dalla Turchia che punta ad aumentare la propria influenza nell’area, l’esercito avrebbe pronto un piano per occupare alcune zone nel nord della Siria. Vi è però una particolarità nella strategia turca, infatti se Erdoğan da un lato punta ad abbattere il regime di Assad vuole colpire anche i curdi, al momento si sta concentrando maggiormente su quest’ultimi (ne parlavamo qui). È in questo contesto che si inserisce l’escalation di violenza voluta da Erdoğan nei confronti del PKK e della popolazione di etnia curda in generale, ultimo in ordine cronologico l’assassinio in circostanze molto sospette di Tahir Elçi, presidente dell’Ordine degli avvocati di Diyarbakir (una delle principali città curde della Turchia).
Arriviamo ai curdi l’unico esercito sul terreno ad aver ottenuto significativi risultati nella guerra contro Daesh. Dopo la rottura dell’assedio di Kobane le forze curde siriane (sostenute dai raid della coalizione) hanno guadagnato terreno consolidando le posizioni nella regione autonoma del Rojava, nata durante i primi mesi della ribellione anti-Assad. Le Unità di Protezione Popolare curde (YPG) corrono il serio rischio di trovarsi in mezzo a due fuochi, da un lato Daesh e dall’altro Erdoğan. Discorso a parte va fatto per il Governo regionale autonomo del Kurdistan che si trova in Iraq, questi curdi iracheni (i c.d. peshmerga) combattono al fianco delle truppe irachene e mantengono buoni rapporti con il governo turco. Sono a tutti gli effetti uno stato autosufficiente.

I curdi siriani puntano ad una sola cosa, l’indipendenza e la creazione di uno stato autonomo nel nord della Siria, sul modello di quello iracheno.

Iraq, la culla dove è nato Daesh, o meglio dove i servizi occidentali hanno consentito la nascita del gruppo, ha l’obbiettivo di sopravvivere e riprendere il controllo delle zone ora occupate da Daesh. Recentemente l’Iraq ha chiesto che la propria sovranità nazionale venga rispettata dalle potenze occidentali e che non vengano inviate truppe straniere sul suo territorio. A quanto pare il presidente del consiglio Matteo Renzi non è dello stesso avviso, dal momento che ha annunciato l’invio di 450 soldati italiani per difendere i cantieri di una diga che verrà costruita da una ditta italiana, vicino la città di Mosul in Iraq.

Israele recentemente Netanyahu ha ammesso che l’aviazione israeliana ha colpito alcuni obiettivi sul suolo siriano per garantire la sicurezza dei confini interni. Netanyahu non vede di buon occhio le sortite iraniane e di Hezbollah in Siria, suoi nemici di sempre. Recentemente in un raid dell’aviazione israeliana in Siria è rimasto ucciso Samir Kantar esponente di spicco di Hezbollah.

I Ribelli siriani costituiscono un fronte molto frazionato, probabilmente è impossibile elencare tutte le fazioni che compongo le forze ribelli anti-Assad, va detto però che queste spesso sono in competizione tra loro. Le componenti principali sono due l’Esercito Siriano libero, fronte semi laico che dopo gli iniziali successi ha perso molto terreno e ad oggi controlla solo alcune porzioni di territorio nel nord-ovest e nel sud-ovest, il cui obiettivo è la destituzione di Assad e del governo attuale.

La seconda formazione di insorti più importante è Jabath al-Nusra miliziani islamisti in competizione tanto con l’ESL che con l’esercito governativo e le due coalizioni internazionali che competono in Siria.

La Coalizione filo-Assad vede impegnati Russia, Iran e Hezbollah (partito libanese che controlla alcune porzioni di territorio lungo il confine tra Libano e Siria). I tre, sono intervenuti per permettere ad Assad di non capitolare, in un primo momento la Russia aveva delegato ad Iran e Hezbollah l’azione militare sul campo, e si limitava a rifornire il regime di Damasco con armi, ma dal mese scorso gli aerei russi hanno iniziato a bombardare le città siriane puntando non solo Daesh ma anche le altre milizie di ribelli anti-Assad.

I Paesi europei uno dopo l’altro stanno cedendo alla tentazione della risoluzione armata. Recentemente il consiglio dei ministri tedesco ha approvato l’avvio delle operazioni aeree contro Daesh, tale decisione dovrà essere approvata dal Bundestag. Il parlamento del Regno Unito ha approvato, con 397 voti a favore e 223 contrari, l’avvio delle operazioni di bombardamento in Siria: volute da David Cameron, conservatore, e avversata da Jeremy Corbyn, laburista. Poche ore dopo l’approvazione, aerei inglesi colpivano postazioni di Daesh sul suolo siriano. La Francia, che già prima degli attentati di Parigi aveva avviato i bombardamenti nei giorni immediatamente successivi, ha intensificato gli sforzi sfogando la sua rabbia sulla città di Raqqa (200.000 abitanti circa).

Le vittime

In questo caso bisogna specificare che non esistono dati certi, questi infatti variano a seconda delle fonti ed è quasi impossibile per le organizzazioni non governative che si occupano del macabro conteggio accedere al territorio siriano in sicurezza e le fonti non sempre sono affidabili. Comunque le stime ritenute più attendibili parlano di 250.000 morti tra combattenti e civili (quasi un terzo del totale) e più di 4 milioni di profughi in fuga dalla guerra. L’unica cosa certa, in una guerra dove scuole, ospedali e mercati sono considerati obiettivi di guerra è che il numero delle vittime è destinato a crescere.

Trattative per la pace

Il 18 dicembre l’ONU ha approvato (all’unanimità), una risoluzione sulla Siria. Questa risoluzione sancisce l’avvio dei negoziati ufficiali tra l’opposizione e il governo e prevede la nascita, entro 6 mesi, di un governo di transizione che dovrebbe indire, entro 18 mesi, le elezioni. Nemmeno questa volta pare siano state affrontate le questioni principali, che maggiormente dividono gli interlocutori al tavolo di pace, ad esempio non è chiaro quale ruolo dovrà avere Bashar al-Assad, o quali saranno i criteri per far parte del governo di transizione che dovrà essere, dicono, “credibile e inclusivo”.

La pace di carta

Portare a compimento il processo di pace non sarà compito facile e la risoluzione ONU lascia ancora troppe questioni aperte che rispecchiano debolezze e paure degli attori internazionali.

Uno dei maggiori ostacoli, anche se può sembrare un controsenso, è rappresentato proprio da coloro che stanno sostenendo il processo di pace, i loro interessi nella regione non sono quasi mai convergenti e non pare esserci la volontà di metterli in secondo piano rispetto al processo di pace. Lo dimostra il fatto che le tensioni nell’area sono ancora molto forti, basti pensare all’abbattimento del jet russo sul confine con la Turchia con il conseguente invio di truppe Nato in difesa di quest’ultima o l’ultimo colpo di mano russo-siriano che ha eliminato il comandante di Jaish al Islam, fazione ribelle anti-Assad.

I confini instabili della Siria costituiscono un altro ostacolo, troppo permeabili consentono il passaggio di combattenti e rifornimenti diretti alle milizie jihadiste e Daesh, pertanto dovranno essere messi al più presto in sicurezza. Strettamente collegato al problema dei confini vi è quello dei finanziamenti e dei rifornimenti di armi che direttamente o indirettamente arrivano ai gruppi jihadisti (tra cui Daesh), ma anche quelli che arrivano all’ESL e a Damasco contribuiscono a destabilizzare la regione e causano molte vittime tra i civili. Forse è arrivato il momento di rendere veramente effettivo l’embargo sulle armi.

Altro punto debole della risoluzione riguarda il coinvolgimento delle realtà locali, che de facto controllano porzioni di territorio siriano, non è ancora chiaro se queste realtà, curdi in primis, verranno coinvolte nel processo di pace ma se ciò non verrà fatto sicuramente verranno meno le basi necessarie perché la pace possa durare nel tempo.

Non possiamo prevedere con certezza se i colloqui di pace andranno a buon fine, ma una previsione può essere fatta, se al dialogo verranno preferite ancora una volta le bombe, della Siria non resteranno che le macerie.

Tiziano Grottolo (Lottaquotidiana.it)