I post terremoti, ancor più nell’era dei social e durante una campagna elettorale, sono ormai uno degli argomenti più gettonati per la propaganda e campagne a la carte. Se poi li si contrappone ad altre tematiche, in primis la presenza di migranti sul territorio italiano, la minestra per ogni occasione è pronta. Fermarsi alla banale constatazione che la contrapposizione, come anche da Amatrice hanno recentemente ribadito, non esiste e che nessun diritto/aiuto esclude l’altro non basta più. Sfatiamo prima di tutto uno dei capisaldi di ogni speculazione propagandistica sulla pelle dei terremotati. Chi soffre i disastri di un sisma non è un “poverino da aiutare” ma un cittadino titolare di diritti che devono essere riconosciuti e soddisfatti. Diritti che non vengono ripetutamente calpestati dal fato, ma da precise scelte politiche e mediatiche. Nessuno lo ricorda più ma tra il terremoto del 6 aprile 2009 a L’Aquila e quello del 24 agosto 2016 nel Centro Italia ve ne è stato un altro, quello che colpì l’Emilia il 29 maggio 2012. Una regione dove non è accaduto nulla di paragonabile nel post terremoto agli altri due. Non per caso ma perché la popolazione e i sindaci – come dichiararono alla stampa – rifiutarono un certo modello e riuscirono a prendere in mano il loro destino. Quello che non è stato possibile a L’Aquila. Dopo il terremoto aquilano il documentario “Colpa nostra” di Giuseppe Caporale e Walter Nanni descrisse il doppio terremoto che ha colpito la nostra Regione. Il secondo era, anzi è, quello della corruzione. E in questi dieci anni abbiamo avuto tante altre inchieste, sul post terremoto, sui palazzi regionali, su rapporti tra politica, istituzioni, settori economici ed altro. Di inchiesta in inchiesta, di ritardo in ritardo, di scelte politiche sbagliate in giù, dopo quasi dieci anni L’Aquila attende ancora dopo il devastante asservimento della Giunta Chiodi all'incredibile gestione berlusconiana della mancata ricostruzione. E lo stesso identico schema si sta ripetendo nel centro Italia. Le inchieste, anche giornalistiche, sul progetto CASE, le tendopoli e la gestione successiva all’emergenza, dei due sismi sono totalmente sovrapponibili. Tutto figlio di un sistema che non garantisce diritti e dignità. E non è un caso che la Regione di un terremoto che dura da 10 anni è la stessa della tragedia di Rigopiano e del totale black out istituzionale di due anni fa. Le inchieste del giornalista Rai Ezio Cerasi, e gli esposti di alcune associazioni, ci raccontano un quadro sulla tragedia di Rigopiano e il dramma neve di due anni fa devastante. Un’ultima domanda è più che doverosa: tutti i presunti “paladini” a la carte dei terremotati, tutti coloro che si riempiono la bocca di propaganda sulla vita di migliaia di persone, dov’erano (e dove sono) quando i terremotati e le famiglie delle vittime lottano per dignità e giustizia? Dov’erano dopo il 6 aprile 2009 quando comitati cittadini e di familiari hanno chiesto giustizia nelle aule di tribunale per quanto accaduto alla Casa dello Studente e in via XX settembre, o per la “mancata prevenzione” dei”Grandi rischi”? La risposta è, nella sua semplicità, banale: o hanno girato la testa dall’altro lato o davano loro addosso. Perché coloro che oggi sfruttano per becera propaganda i sismi sono gli stessi che – durante il processo alla commissione “Grandi Rischi” – insultava chi denunciava e ripeteva a pappagallo la balla del “processo alla scienza”. Azione Civile Abruzzo
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