Il 17 ottobre scorso, all’interno dei bagni dell’aeroporto Ataturk di Istanbul,  è stato rinvenuto il corpo senza vita della giornalista Jacqueline Anne Sutton. Jackie Sutton, 50 anni, ex giornalista della BBC ed ex collaboratrice delle Nazioni Unite, da sempre impegnata in prima linea contro la discriminazione delle donne, soprattutto nei confronti delle colleghe giornaliste sul posto di lavoro. Attualmente stava lavorando per conto di un’ organizzazione no profit, lo IWPR, istituto per il giornalismo sulla guerra e sulla pace (con sede a Londra), che riunisce giornalisti ed esperti di geopolitica da tutto il mondo con lo scopo di promuovere e sostenere il giornalismo nei paesi colpiti dalla guerra e da altre situazioni di crisi, Sutton dirigeva la sezione irachena di questo istituto. Inoltre, di recente, stava conducendo alcune ricerche sul ruolo delle giornaliste in Iraq e Afghanistan e sulla condizione delle donne nei territori occupati da Daesh (ISIS).

Secondo la versione ufficiale e dalle notizie rilasciate dai giornali turchi, Sutton si sarebbe impiccata con i lacci delle scarpe, all’interno dei bagni dell’aeroporto della capitale turca, dopo aver perso la coincidenza che avrebbe dovuto portarla a Ebril nel Nord dell’Iraq. Secondo la ricostruzione dopo non essere riuscita ad acquistare un nuovo biglietto aereo per mancanza di soldi, dicono alcuni testimoni, Sutton avrebbe avuto una crisi nervosa in seguito alla quale si sarebbe tolta la vita. La ricostruzione, fin qui sostenuta, dalla polizia turca presenta molti lati oscuri a partire dal movente, alquanto futile, per giustificare una scelta tanto forte. A non essere convinti sono soprattutto colleghi e amici della giornalista che la descrivono come una persona molto forte e determinata, per questo chiedono a gran voce, che sulla vicenda, venga aperta un’inchiesta internazionale. Un giornale turco riporta una notizia, che se confermata, non farebbe che gettare delle ombre sulla versione della polizia turca, infatti per le fonti del giornale nel portafogli di Sutton sarebbero stati rinvenuti 2300 dollari in contanti e delle carte di credito. Va segnalato inoltre, che la telecamera che controllava l’ingresso dei bagni dell’aeroporto in quel momento non era in funzione, pertanto non esistono delle riprese in grado di dimostrare che la giornalista fosse sola al momento dell’accaduto.

I punti oscuri di questa vicenda, però, non si fermano qui. Questo episodio ci riporta ad altri due accadimenti legati, seppur in maniera diversa, alla morte di Jackie Sutton, il primo è quello che riguarda la giornalista Serena Shim, di origini albanesi con passaporto statunitense, morta in un incidente stradale nei pressi di  Suruç, la stessa cittadina dove verranno uccisi in un attentato suicida 28 giovani curdi. La giornalista aveva documentato l’assedio di Kobane e aveva realizzato dei servizi che ritraevano terroristi di Daesh (ISIS), varcare indisturbati il confine turco. Il secondo caso riguarda il predecessore di Jackie Sutton, direttore della sezione irachena dello IWPR, infatti Ammar Al Shahbander rimase ucciso da un’ auto bomba nella città di Baghdad  in circostanze mai del tutto chiarite, non si è ancora capito se Ammar fosse il reale obbiettivo dell’attentato o se sia rimasto coinvolto per caso nell’esplosione.

Che si tratti di suicidio o di omicidio non cambia il fatto che ad oggi, anno 2015, fare il mestiere del giornalista sia diventato sempre più difficile e pericoloso. In generale i giornalisti di tutto il mondo sono costretti a lavorare in un clima di insofferenza se non di aperta ostilità, per non parlare delle intimidazioni, aggressioni e violenze a cui sono sottoposti quotidianamente. I dati raccolti da Reporters sans frontières delineano un quadro sconfortante: negli ultimi 10 anni sono 720 le giornaliste e i giornalisti, uccisi nel mondo, 66 nel solo 2014. A livello globale stiamo assistendo ad progressiva regressione della libertà di stampa, e le violenze subite dai giornalisti sono la cartina tornasole di questo fenomeno. Questa progressiva e al momento inarrestabile, regressione non può che avere pessimi riflessi sulle democrazie di tutto il mondo, perché una democrazia che non sa garantire la sicurezza dei giornalisti che lavorano sul suo territorio non è una democrazia sana.

Tiziano Grottolo (lottaquotidiana.it)

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