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Correva l’anno 2013, nel giorno 20 del mese di dicembre. Quel giorno il sinedrio del Consiglio superiore della magistratura scendeva al Tribunale di Palermo per rendere omaggio a un giudice minacciato di morte dalla mafia, un giudice chiamato Silvana Saguto, magistrato alla Sezione per le misure di prevenzione del capoluogo siciliano. Alcuni degli addetti ai lavori (non molti, purtroppo) si aspettavano che il Csm andasse a stringere la mano anche a un altro magistrato, il pm Antonino Di Matteo, condannato a morte dai boss Totò Riina, in carcere, e Matteo Messina Denaro, latitante. Non fu così.

Oggi il caso della Saguto è al centro di una vera e propria bufera giudiziaria: prima il sistema di assegnazione degli incarichi di gestione dei patrimoni confiscati, poi le spese gratis al market sequestrato. Ora le intercettazioni dove la voce del giudice sputa insulti contro Manfredi e Lucia Borsellino, i figli del giudice Paolo ucciso in via D’Amelio il 19 luglio ’92. Proprio il giorno dell’ultimo anniversario della strage, commentando l’incontro tra Manfredi e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Poi, Manfredi Borsellino che si commuove, ma perché minchia ti commuovi a 43 anni per un padre che ti è morto 23 anni fa? Che figura fai” sbotta al telefono. E ancora: “Manfredi è uno squilibrato” per poi offendere anche Lucia Borsellino: “È cretina precisa”. Parole deliranti, pesanti come pietre.
L’inchiesta sulla Saguto è anche la conferma che la magistratura, a differenza della politica (nonostante alcuni preoccupanti risvolti dati da un sistema sempre più correntizio) arriva a indagare e processare se stessa e i suoi rappresentanti, qualora ci siano prove e indizi che indichino l’esistenza di una violazione delle leggi. Teresa Principato, procuratore aggiunto di Palermo, qualche giorno fa a Salemi parlò di “un patto che viene perseguito da magistrati” basato sul fatto che “dei magistrati vengono indagati da altri colleghi, questo basta per fare capire il sistema di controllo che una buona, sana magistratura riesce a operare”. A mettere in pratica questo “patto”, indagando Silvana Saguto, è stata la Procura di Caltanissetta nelle vesti del procuratore aggiunto Lia Sava e del sostituto Gabriele Paci. Questa storia, però, al di là dell’indagine e delle eventuali condanne con le quali potrà concludersi, ha creato una spaccatura che non si può più ricomporre. La Saguto, pronunciando quelle imperdonabili frasi sui figli del giudice ucciso in via D’Amelio, non è più degno di fare il magistrato, in quanto ha commesso un delitto etico contro gli insegnamenti di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Nonostante le sue competenze, è scivolata sulla brama di potere e sul desiderio di occupare poltrone sempre più prestigiose, scavalcando con nonchalance la tutela della legalità, della giustizia, dei principi della Costituzione che ogni magistrato dovrebbe avere sempre ben presente. Silvana Saguto come ogni indagato ha tutto il diritto di difendersi dalle accuse che le vengono mosse, oppure (meglio ancora) di “collaborare” con la giustizia, dicendo la verità sul sistema di gestione dei beni confiscati da lei presieduto. Ma appenda al chiodo quella toga, per rispetto dei figli di Paolo Borsellino e di tutti i parenti delle vittime di mafia.

Giorgio Bongiovanni (Antimafiaduemila.it)

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