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Sin dall’inizio ho seguito con attenzione le vicende del Movimento 5 Stelle, un po’ perché, come per tanti altri, mi incuriosiva la sfida di Beppe Grillo, che peraltro ho sempre apprezzato come uomo di spettacolo impegnato nella denuncia politica e di costume, e molto perché ritenevo che rappresentasse una novità indubbiamente interessante nell’asfittico panorama politico italiano, con la sua capacità di rimotivare tanti italiani delusi, arrabbiati, stufi dei vecchi partiti, recuperandoli all’impegno e ad una politica di partecipazione dal basso, frettolosamente e colpevolmente liquidata dall’establishment come ‘antipolitica’. Molte cose non ho poi condiviso, ma al Movimento va comunque riconosciuto di aver portato avanti battaglie importanti, a cominciare da quella sulla moralizzazione e sui costi della politica, e di aver saputo dare spazio e voce alla protesta attraverso forme e canali nuovi, sia pure tra le note rigidità, alcune irrisolte incongruenze, le criticità e i limiti via via palesatisi nel tempo.

Qualcosa, però, si deve essere evidentemente perso nel tempo, almeno rispetto allo spirito originario con cui è nato il Movimento. Con il consenso – cioè con i voti e con i primi importanti successi elettorali – e con le conseguenti prime esperienze di governo sono infatti arrivate anche le prime sorprese negative. Non tanto a Roma, ossia in Parlamento, dove ci sono i Di Maio e i Di Battista, ma sui territori, laddove i 5 Stelle hanno cominciato a confrontarsi con le prime responsabilità di governo locale scoprendo le difficoltà nel selezionare un’adeguata classe dirigente. Ecco così modelli di amministrazione o di amministratori non sempre degni di essere annoverati nella buona politica, regolamenti di conti interni, scambi di accuse, espulsioni. Insomma, abbastanza da legittimare la domanda su cosa stia succedendo dentro il Movimento.
Parto dalla Sicilia, da Gela, storica roccaforte del Pd, Comune politicamente “strategico” della regione perché è quello dove ha costruito la sua carriera di sindaco l’attuale governatore Rosario Crocetta. Qui lo scorso anno il Movimento aveva vinto le elezioni eleggendo sindaco Domenico Messinese, lo stesso Domenico Messinese espulso dal Movimento qualche giorno fa, tra accuse di clientelismo, di non aver provveduto al taglio dello stipendio, di aver avallato l’accordo con Eni sull’ex petrolchimico di Gela e più in generale di non aver rispettato le regole e il programma sottoscritti al momento della candidatura. Il tutto al termine di una lunga ‘guerra’ interna, con Messinese che ha rimosso tre assessori della sua giunta, militanti della prima ora indicati dalla base, per inefficienza e per aver tramato contro l’amministrazione, e gli assessori che hanno poi chiesto immediatamente l’espulsione del sindaco dal Movimento.
Altra storia poco chiara a Bagheria, in provincia di Palermo. Un altro Comune strategico se non altro perché già sciolto per mafia. Anche qui sindaco 5 Stelle, Patrizio Cinque, anche qui polemiche feroci per presunti clientelismi e favoritismi ad amici e parenti dopo che i revisori dei conti hanno accusato il sindaco di dare troppi incarichi ad avvocati esterni nonostante lo stato di dissesto finanziario del Comune.
Clamoroso il caso di Quarto, in Campania, dove un consigliere 5 Stelle, poi dimessosi dalla carica ed espulso dal Movimento, Giovanni De Robbio, è indagato dalla Procura di Napoli per tentata estorsione ai danni del sindaco del suo stesso partito, Rosa Capuozzo. All’origine dell’inchiesta ci sarebbe un presunto ricatto che De Robbio avrebbe tentato nei confronti di Capuozzo per imporre al sindaco l’affidamento a un imprenditore di sua fiducia della gestione del campo sportivo della città e alcune nomine. Storia ancora poco chiara, visto poi il cambio di versione del sindaco, ma che insieme alle altre ripropone comunque il tema fondamentale e ancora irrisolto di una opportuna selezione della classe dirigente.
Tema trasversale, che riguarda l’intera politica italiana, a destra come a sinistra. Si pensi all’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, che pure aveva fatto dell’onestà, della legalità, dell’intransigenza la sua bandiera ma che alla fine imbarcò tanti impresentabili e profittatori da colare a picco. Si pensi alle primarie del Pd, che a livello locale non sempre sono servite ad assicurare candidati al di sopra di ogni sospetto. Si pensi agli stessi 5 Stelle, cui non è bastato affidarsi alla rete e per evitare brutte sorprese o esponenti non in linea con il Movimento.
E’ ovvio che è impossibile avere certezze a priori su chi candidare e chi no. Ma è altrettanto evidente che finora la politica ha troppo spesso fallito nella selezione perché non ha saputo o voluto opportunamente approfondire, perché ha anteposto l’interesse particolare su quello generale, perché in nome di un finto nuovo si è illusa di liberarsi del vecchio. E’ giusto rottamare una classe politica per lo più impresentabile, ma attenzione a pensare che basti mandare dilettanti allo sbaraglio per risolvere tutto. Per amministrare e cambiare davvero le cose occorrono competenza e storie personali inattaccabili. Del resto l’etica dipende sempre dalle persone, non è patrimonio di questo o di quel partito.
Antonio Ingroia (Ultimaribattuta.it)

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