Fermiamo la corruzione, sosteniamo la proposta di legge "La Torre bis"

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Come ogni anno, anche il 2016 si è aperto per la malandata giustizia italiana con il consueto rituale dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. Cerimonia tanto solenne quanto sostanzialmente inutile, in cui la magistratura immancabilmente denuncia lo stato di profonda crisi in cui si dibatte il sistema, fiaccato dai tagli, dalla mancanza di fondi e di personale, da leggi e procedure che sembrano fatte apposta per ostacolare il lavoro dei magistrati, e la politica approfitta della vetrina per fare bella presenza, prendendo impegni che già sa di non mantenere e non lasciandosi sfuggire, all’occorrenza, l’occasione per qualche dichiarazione ad effetto, talvolta intimidatoria, magari con un chiaro avvertimento ai giudici perché non esagerino con certe inchieste, talaltra puramente propagandistica, giusto per strappare qualche titolo sui giornali.
Tra le tante cose lette o ascoltate quest’anno, ho trovato quanto mai singolare la dichiarazione del Guardasigilli Andrea Orlando, secondo cui la politica è stata troppo timida nei confronti dei magistrati. Il riferimento era al caso Saguto, con tutte le gravissime distorsioni che ha evidenziato, dove semmai è stata la magistratura è essere timida e inerte per non aver saputo fare prima pulizia al suo interno.

Ma l’affermazione del Ministro resta sorprendente anche per un’altra ragione. Perché semmai è vero il contrario, e cioè che negli ultimi tempi troppi sono stati i magistrati che si sono dimostrati eccessivamente timidi nei confronti della politica. E troppo pochi ed isolati quelli che hanno mantenuto la schiena diritta, senza doppiopesismi di favore verso politici e potenti di ogni natura. Troppo spesso, infatti, alcuni magistrati hanno preferito fermarsi fuori alla porta del malaffare dei colletti bianchi, quasi timorosi di disturbare, laddove sarebbero dovuti entrare e fare pulizia.
Troppo spesso hanno accettato una subalternità, se non una sudditanza, verso la politica, per paura o per calcolo. Troppo spesso hanno pensato più alla carriera che al proprio dovere, inseguendo promozioni non attraverso meriti acquisiti sul campo ma attraverso la scorciatoia dell’appartenenza a questa o a quella corrente, della vicinanza a questo o a quel santuario politico. Il tutto reso possibile da un Csm del tutto inadeguato, incapace di fare bene il proprio lavoro.

La magistratura, che sia quella inquirente o quella giudicante, non può essere timida, specie nei confronti della politica. Nella Costituzione (art. 104) è sancito che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Dunque, autonomia e indipendenza sia dal potere esecutivo che dal potere legislativo, in virtù del principio costituzionale secondo cui i giudici sono soggetti soltanto alla legge (art. 101). Una magistratura timida o che preferisce all’occorrenza voltarsi dall’altra parte, per non vedere o per far finta di non vedere, tradisce perciò la Costituzione e questo non è chiaramente accettabile.
Detto ciò, se proprio si vuole parlare di timidezza non si può non pensare alla timidezza, ma sarebbe meglio dire la compiacenza verso l’impunità, con cui si è mosso il governo su alcuni temi centrali della giustizia. E’ vero, non c’è più Berlusconi ad aggredire, ad insultare e a cercare di delegittimare quotidianamente i giudici, ma i problemi restano comunque quelli di sempre, spesso lasciati volutamente irrisolti, e anzi ai vecchi se ne sono aggiunti di nuovi, figli dei tempi, come dimostra l’impennata delle cause legate ai crac finanziari, su tutte quelle intentate da correntisti e risparmiatori nei confronti delle banche. Non sorprende, dunque, che le relazioni del primo presidente della Cassazione, Giovanni Canzio, e dei presidenti e procuratori generali delle Corti d’Appello regionali hanno evidenziato le stesse criticità del passato. Basta andarsi a rileggere gli allarmi lanciati negli anni scorsi per ritrovarli uguali anche quest’anno, perché il legislatore – cioè la politica – si è ben guardato dall’intervenire ascoltando le richieste e le indicazioni dalla magistratura. Come da consumata consuetudine, sull’esigenza di una giustizia più efficiente hanno prevalso e continuano a prevalere il calcolo politico, i compromessi su cui si regge una maggioranza improbabile, i veti incrociati dei partiti, basti pensare a tutti i no di Ncd.
Tra le tante questioni irrisolte la vergogna più grande resta la mancata riforma della prescrizione, denunciata da Palermo a Roma, da Torino a Venezia ed esempio emblematico dell’immobilismo della politica. L’istituto così com’è premia soprattutto i furbi, che si affidano ad escamotage ed ad espedienti dilatori per farla franca. Il risultato è l’estinzione di una quantità enorme di processi senza un colpevole, dunque senza che sia stata fatta giustizia. C’è bisogno di un intervento urgente di modifica radicale, i magistrati lo chiedono da anni senza che intanto nulla sia stato fatto. Lo ha chiesto nei giorni scorsi Canzio, lo ha chiesto a Palermo Roberto Scarpinato, lo hanno chiesto i procuratori di tutta Italia e qual è la risposta della politica? La legge ridicola che peraltro giace da dieci mesi al Senato, volutamente dimenticata in qualche cassetto della Commissione Giustizia. Io ritengo che la prescrizione vada interrotta per sempre non appena inizia il processo, cioè nel momento in cui lo Stato dimostra di voler perseguire i colpevoli. Quel che è certo è che va depotenziata, perché così com’è adesso rappresenta una sorta di impunità garantita a chi sa come allungare i tempi del processo, che banalmente rende spesso inutile il lavoro della magistratura. Invece niente. Alfano non vuole. E Renzi abbozza. Con buona pace di chi ancora crede nella Giustizia.
Antonio Ingroia (L’Ultima ribattuta)

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