Come ogni anno, anche il 2016 si è aperto per la malandata giustizia italiana con il consueto rituale dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. Cerimonia tanto solenne quanto sostanzialmente inutile, in cui la magistratura immancabilmente denuncia lo stato di profonda crisi in cui si dibatte il sistema, fiaccato dai tagli, dalla mancanza di fondi e di personale, da leggi e procedure che sembrano fatte apposta per ostacolare il lavoro dei magistrati, e la politica approfitta della vetrina per fare bella presenza, prendendo impegni che già sa di non mantenere e non lasciandosi sfuggire, all’occorrenza, l’occasione per qualche dichiarazione ad effetto, talvolta intimidatoria, magari con un chiaro avvertimento ai giudici perché non esagerino con certe inchieste, talaltra puramente propagandistica, giusto per strappare qualche titolo sui giornali.
Tra le tante cose lette o ascoltate quest’anno, ho trovato quanto mai singolare la dichiarazione del Guardasigilli Andrea Orlando, secondo cui la politica è stata troppo timida nei confronti dei magistrati. Il riferimento era al caso Saguto, con tutte le gravissime distorsioni che ha evidenziato, dove semmai è stata la magistratura è essere timida e inerte per non aver saputo fare prima pulizia al suo interno.

Sin dall’inizio ho seguito con attenzione le vicende del Movimento 5 Stelle, un po’ perché, come per tanti altri, mi incuriosiva la sfida di Beppe Grillo, che peraltro ho sempre apprezzato come uomo di spettacolo impegnato nella denuncia politica e di costume, e molto perché ritenevo che rappresentasse una novità indubbiamente interessante nell’asfittico panorama politico italiano, con la sua capacità di rimotivare tanti italiani delusi, arrabbiati, stufi dei vecchi partiti, recuperandoli all’impegno e ad una politica di partecipazione dal basso, frettolosamente e colpevolmente liquidata dall’establishment come ‘antipolitica’. Molte cose non ho poi condiviso, ma al Movimento va comunque riconosciuto di aver portato avanti battaglie importanti, a cominciare da quella sulla moralizzazione e sui costi della politica, e di aver saputo dare spazio e voce alla protesta attraverso forme e canali nuovi, sia pure tra le note rigidità, alcune irrisolte incongruenze, le criticità e i limiti via via palesatisi nel tempo.

Correva l’anno 2013, nel giorno 20 del mese di dicembre. Quel giorno il sinedrio del Consiglio superiore della magistratura scendeva al Tribunale di Palermo per rendere omaggio a un giudice minacciato di morte dalla mafia, un giudice chiamato Silvana Saguto, magistrato alla Sezione per le misure di prevenzione del capoluogo siciliano. Alcuni degli addetti ai lavori (non molti, purtroppo) si aspettavano che il Csm andasse a stringere la mano anche a un altro magistrato, il pm Antonino Di Matteo, condannato a morte dai boss Totò Riina, in carcere, e Matteo Messina Denaro, latitante. Non fu così.

Oggi il caso della Saguto è al centro di una vera e propria bufera giudiziaria: prima il sistema di assegnazione degli incarichi di gestione dei patrimoni confiscati, poi le spese gratis al market sequestrato. Ora le intercettazioni dove la voce del giudice sputa insulti contro Manfredi e Lucia Borsellino, i figli del giudice Paolo ucciso in via D’Amelio il 19 luglio ’92. Proprio il giorno dell’ultimo anniversario della strage, commentando l’incontro tra Manfredi e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Poi, Manfredi Borsellino che si commuove, ma perché minchia ti commuovi a 43 anni per un padre che ti è morto 23 anni fa? Che figura fai” sbotta al telefono. E ancora: “Manfredi è uno squilibrato” per poi offendere anche Lucia Borsellino: “È cretina precisa”. Parole deliranti, pesanti come pietre.
L’inchiesta sulla Saguto è anche la conferma che la magistratura, a differenza della politica (nonostante alcuni preoccupanti risvolti dati da un sistema sempre più correntizio) arriva a indagare e processare se stessa e i suoi rappresentanti, qualora ci siano prove e indizi che indichino l’esistenza di una violazione delle leggi. Teresa Principato, procuratore aggiunto di Palermo, qualche giorno fa a Salemi parlò di “un patto che viene perseguito da magistrati” basato sul fatto che “dei magistrati vengono indagati da altri colleghi, questo basta per fare capire il sistema di controllo che una buona, sana magistratura riesce a operare”. A mettere in pratica questo “patto”, indagando Silvana Saguto, è stata la Procura di Caltanissetta nelle vesti del procuratore aggiunto Lia Sava e del sostituto Gabriele Paci. Questa storia, però, al di là dell’indagine e delle eventuali condanne con le quali potrà concludersi, ha creato una spaccatura che non si può più ricomporre. La Saguto, pronunciando quelle imperdonabili frasi sui figli del giudice ucciso in via D’Amelio, non è più degno di fare il magistrato, in quanto ha commesso un delitto etico contro gli insegnamenti di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Nonostante le sue competenze, è scivolata sulla brama di potere e sul desiderio di occupare poltrone sempre più prestigiose, scavalcando con nonchalance la tutela della legalità, della giustizia, dei principi della Costituzione che ogni magistrato dovrebbe avere sempre ben presente. Silvana Saguto come ogni indagato ha tutto il diritto di difendersi dalle accuse che le vengono mosse, oppure (meglio ancora) di “collaborare” con la giustizia, dicendo la verità sul sistema di gestione dei beni confiscati da lei presieduto. Ma appenda al chiodo quella toga, per rispetto dei figli di Paolo Borsellino e di tutti i parenti delle vittime di mafia.

Giorgio Bongiovanni (Antimafiaduemila.it)

Mi aspettavo un discorso del nostro Presidente della Repubblica saggio e sopratutto che si mostrasse quanto meno un po’ schifato da una ormai politica dittatoriale che è entrata ovunque e gestisce in maniera assolutamente interessata anche il CSM, quel CSM che oggi più che mai è propaggine di una politica che si basa solo su se stessa mandando a gambe all’aria valori, serietà e sopratutto la democrazia.

Il procuratore di Arezzo  è un esempio di come la giustizia in Italia sia morta, è consulente del Governo, indaga sul Crac di banca Etruria , non importano i cittadini che si sono ritrovati sommersi dal fango della Banca il cui vice presidente all’epoca era il papà di un ministro del governo, come tutti ben sappiamo ed anche la giovane ministro lo sa…ed anche Renzi lo sa, ed anche Mattarella lo sa…eppure nessuno dice nulla..anzi…ANZI!  Basta un’ autocertificazione… Basta??? Non c’è conflitto d’interessi… Così noi sempre più contenti di essere presi in giro.

Il 17 ottobre scorso, all’interno dei bagni dell’aeroporto Ataturk di Istanbul,  è stato rinvenuto il corpo senza vita della giornalista Jacqueline Anne Sutton. Jackie Sutton, 50 anni, ex giornalista della BBC ed ex collaboratrice delle Nazioni Unite, da sempre impegnata in prima linea contro la discriminazione delle donne, soprattutto nei confronti delle colleghe giornaliste sul posto di lavoro. Attualmente stava lavorando per conto di un’ organizzazione no profit, lo IWPR, istituto per il giornalismo sulla guerra e sulla pace (con sede a Londra), che riunisce giornalisti ed esperti di geopolitica da tutto il mondo con lo scopo di promuovere e sostenere il giornalismo nei paesi colpiti dalla guerra e da altre situazioni di crisi, Sutton dirigeva la sezione irachena di questo istituto. Inoltre, di recente, stava conducendo alcune ricerche sul ruolo delle giornaliste in Iraq e Afghanistan e sulla condizione delle donne nei territori occupati da Daesh (ISIS).

Secondo la versione ufficiale e dalle notizie rilasciate dai giornali turchi, Sutton si sarebbe impiccata con i lacci delle scarpe, all’interno dei bagni dell’aeroporto della capitale turca, dopo aver perso la coincidenza che avrebbe dovuto portarla a Ebril nel Nord dell’Iraq. Secondo la ricostruzione dopo non essere riuscita ad acquistare un nuovo biglietto aereo per mancanza di soldi, dicono alcuni testimoni, Sutton avrebbe avuto una crisi nervosa in seguito alla quale si sarebbe tolta la vita. La ricostruzione, fin qui sostenuta, dalla polizia turca presenta molti lati oscuri a partire dal movente, alquanto futile, per giustificare una scelta tanto forte. A non essere convinti sono soprattutto colleghi e amici della giornalista che la descrivono come una persona molto forte e determinata, per questo chiedono a gran voce, che sulla vicenda, venga aperta un’inchiesta internazionale. Un giornale turco riporta una notizia, che se confermata, non farebbe che gettare delle ombre sulla versione della polizia turca, infatti per le fonti del giornale nel portafogli di Sutton sarebbero stati rinvenuti 2300 dollari in contanti e delle carte di credito. Va segnalato inoltre, che la telecamera che controllava l’ingresso dei bagni dell’aeroporto in quel momento non era in funzione, pertanto non esistono delle riprese in grado di dimostrare che la giornalista fosse sola al momento dell’accaduto.

I punti oscuri di questa vicenda, però, non si fermano qui. Questo episodio ci riporta ad altri due accadimenti legati, seppur in maniera diversa, alla morte di Jackie Sutton, il primo è quello che riguarda la giornalista Serena Shim, di origini albanesi con passaporto statunitense, morta in un incidente stradale nei pressi di  Suruç, la stessa cittadina dove verranno uccisi in un attentato suicida 28 giovani curdi. La giornalista aveva documentato l’assedio di Kobane e aveva realizzato dei servizi che ritraevano terroristi di Daesh (ISIS), varcare indisturbati il confine turco. Il secondo caso riguarda il predecessore di Jackie Sutton, direttore della sezione irachena dello IWPR, infatti Ammar Al Shahbander rimase ucciso da un’ auto bomba nella città di Baghdad  in circostanze mai del tutto chiarite, non si è ancora capito se Ammar fosse il reale obbiettivo dell’attentato o se sia rimasto coinvolto per caso nell’esplosione.

Che si tratti di suicidio o di omicidio non cambia il fatto che ad oggi, anno 2015, fare il mestiere del giornalista sia diventato sempre più difficile e pericoloso. In generale i giornalisti di tutto il mondo sono costretti a lavorare in un clima di insofferenza se non di aperta ostilità, per non parlare delle intimidazioni, aggressioni e violenze a cui sono sottoposti quotidianamente. I dati raccolti da Reporters sans frontières delineano un quadro sconfortante: negli ultimi 10 anni sono 720 le giornaliste e i giornalisti, uccisi nel mondo, 66 nel solo 2014. A livello globale stiamo assistendo ad progressiva regressione della libertà di stampa, e le violenze subite dai giornalisti sono la cartina tornasole di questo fenomeno. Questa progressiva e al momento inarrestabile, regressione non può che avere pessimi riflessi sulle democrazie di tutto il mondo, perché una democrazia che non sa garantire la sicurezza dei giornalisti che lavorano sul suo territorio non è una democrazia sana.

Tiziano Grottolo (lottaquotidiana.it)