Sul sito di Antimafia Duemila è stato pubblicato questo ottimo articolo  sull’iniziativa che si è svolta al Centro Biotos di Palermo venerdì scorso per presentare la proposta di legge Ingroia-La Torre sul sequestro dei beni dei corrotti. Antimafia Duemila ha offerto la diretta streaming e ha patrocinato l’iniziativa. Inoltre, Aaron Pettinari, redattore di punta del giornale, ha moderato il dibattito a cui hanno partecipato Antonio ingroia e il giornalista del Fatto Quotidiano Giuseppe Lo Bianco. A seguire anche i due video integrali dell’evento.

 

“Il problema della corruzione è altrettanto grave di quello mafioso” Antonio Ingroia, alla presentazione, tenutasi ieri a Palermo presso il centro culturale Biotos, della proposta di legge Ingroia -La Torre sul sequestro di beni ai corrotti, pone un punto fermo su un grosso problema attuale. Un affermazione infatti ormai appurata dalle notizie di cronaca e dalle molte indagini giudiziarie. “Gli ultimi avvenimenti -ha continuato l’ex pm che fino al 2012 ha seguito le indagini sulla trattativa stato-mafia – sono una conferma di quello che già avevamo percepito dalle indagini degli anni ’90”. Da allora “la corruzione si è organizzata e sistematizzata ” perchè la politica non ha svolto il suo ruolo di ricostruzione dopo le indagini degli anni ’90,  e si sono perse straordinarie  occasioni”.

“Mafia capitale dimostra come mafia e corruzione siano diventati un unico sistema criminale”. A dirlo, c’è anche l’ultimo rapporto semestrale della Dia che offre l’immagine di una saldatura, tra mafia-politica ed imprenditoria, che si realizza attraverso una sapiente trama di relazioni occulte.

Da tempo Antonio Ingroia sostiene che l’eliminazione della mafia dovrebbe essere un obiettivo scritto nei programmi di governo perchè come ha ribadito ieri: “Questo Paese non potrà uscire dalla crisi profonda nella quale si trova da decenni, una crisi di valori e di ideali oltre che economica, se non affronta di petto alcune questioni cruciali come la mafia”.  Ed è convinto che “per creare le condizioni per un Italia diversa bisogna agire sotto l’insegna dell’intransigenza, non cieca ma che corrisponda al principio più negato in Italia, quello di responsabilità.”

Di conseguenza secondo l’ex pm oggi avvocato, bisognerebbe combattere la corruzione con gli stessi strumenti che hanno portato maggiori vittorie nella lotta alla mafia. Primo fra tutti l’aggressione ai patrimoni mafiosi.

Ecco quindi che Azione civile vuole presentare una proposta di legge a tutti i parlamentari ed anche ai cittadini affinché diventi un ddl d’iniziativa popolare, qualora non vi sia una risposta da parte della politica.

La proposta prevede di fatto una estensione della legge Rognoni-La Torre (datata 13 settembre 1982) nei confronti di chi commette anche reati di corruzione e concussione. “Attualmente – ha ricordato l’ex magistrato – si può procedere al sequestro ed eventuale confisca se si dimostra che il soggetto è pericoloso socialmente. Ciò comprende due categorie, i soggetti indiziati in associazione mafiosa oppure soggetti dediti abitualmente al crimine e che da esso traggono la principale fonte di credito”.

Negli ultimi tempi la magistratura è riuscita ad utilizzare la legge Rognoni-La Torre anche nei confronti dei corruttori abituali e per alcuni evasori fiscali abituali, ha spiegato Ingroia, “solo in questo caso è riuscita ad applicarla ai colletti bianchi, ma ciò non significa che c’è equiparazione tra mafioso e corrotto, anzi non è mai stata applicata al corrotto ma solo ai corruttori”.

Nello specifico l’estensione agli indiziati per reati di concussione e corruzione comporterebbe, come avviene per i mafiosi, l’apertura “di un procedimento di tipo patrimoniale, parallelamente al procedimento penale, nel quale si mette a raggi x il patrimonio del corrotto -ha continuato l’ex magistrato – e qualora dovesse risultare una enorme sproporzione tra reddito dichiarato ed effettivo si procede al sequestro”. Dando comunque la possibilità all’interessato “di dimostrare, davanti al Tribunale la legittima proprietà di quei beni”. Inoltre per meglio contrastare il fenomeno della corruzione “Si potrebbero poi costituire – ha aggiunto ancora Ingroia – degli uffici specializzati, ramificati su territorio con un ufficio centrale, che abbiamo come compito esclusivo la caccia ai patrimoni illeciti”.

L’interesse di Azione civile quindi sarebbe di aprire un dibattito per risolvere il dilagare della corruzione ad ogni livello, senza escludere nessun interlocutore, organizzando in varie parti d’Italia incontri per presentare questa proposta di legge. Di fronte ad alcune domande del pubblico timorose della reale possibilità che questa proposta venga presa in considerazione Ingroia si è detto speranzoso di “far tornare la passione ai tanti italiani che hanno girato le spalle alla politica” con questa battaglia.

Il caso Saguto

“Si è riusciti persino a strumentalizzare il sequestro dei beni – ha detto Ingroia parlando del caso Saguto – questo dimostra quanto sia grave il livello d’infiltrazione della corruzione”. E poi ha aggiunto: ”I germi erano nell’aria, forse si poteva intervenire prima. Già la concentrazione di incarichi su una sola persona costituisce un rischio. Se si fosse creato un principio di rotazione e non concentrazione sempre sugli stessi magistrati della stessa sezione e sempre sugli stessi amministratori di beni, a questo punto non si sarebbe arrivati. Quando mi trovavo in Procura non avevo notizie di reato, avvertivo l’esigenza che si cambiasse sistema. Ma ero in Procura e quella era una competenza del tribunale. Mi auguro che il Consiglio superiore della magistratura sia energico contro i magistrati che commettono queste nefandezze. La corruzione è riuscita a infiltrarsi anche in questo ambito rischiando di delegittimare uno strumento, che resta straordinario, ma che necessita di qualche accorgimento. Il danno di immagine al mondo dell’antimafia resta incalcolabile, ma il nuovo corso del Tribunale di Palermo mi sembra la strada corretta da percorrere”.

L’isolamento del pm Di Matteo

Ingroia si è detto consapevole che non sarà facile far conoscere l’iniziativa di Azione civile in quanto: ” l’informazione in Italia è anestetizzata e quindi arrivano solo un certo tipo di notizie e questa proposta di legge da uno strumento alla magistratura che è controtendenza alla linea del nostro governo”. Un esempio disarmante  è il silenzio che avvolge le minacce di morte rivolte al pm Nino Di Matteo. La ragioni, secondo Ingroia,  “sono le medesime che invece portarono agli attestati di solidarietà per il giudice Saguto per dei rischi che poi si rivelarono solo apparenti. Perché il silenzio? Basta chiedersi quali sono le indagini ed i processi che Di Matteo sta portando avanti. Quell’indagine sulla trattativa Stato mafia costituisce un’offesa per parte dello Stato italiano perché ha svelato una pagina che doveva rimanere, secondo alcuni, per sempre un segreto nascosto. L’aver messo in piedi quella che è considerata ‘un’eresia istituzionale’ ovvero che un pezzo di Stato pretenda di processare un altro pezzo di Stato, è la ‘colpa’ del magistrato. Un isolamento ed un accanimento che anche io, finché sono stato in Procura, ho subito e che ora si concentra e si focalizza ingiustamente su Di Matteo”.

Da Antimafia duemila (video e foto di Francesca Mondin)

 

Il primo video 

Il secondo video 

“I centocinquanta chili di tritolo per uccidere Nino Di Matteo? Non si trovano, le ricerche non hanno dato esito. Sicuri che esistono?”. Nessuno lo ha detto direttamente ma non sono mancati i “perbenisti” e “benpensanti” che hanno parlato di “psicosi dilagante” fatta di continui allarmi “il cui protrarsi da alcuni anni può indurre al dubbio” sul rischio che il magistrato che indaga sulla trattativa Stato-mafia corre da quando il Capo dei capi, Totò Riina, ha lanciato i suoi strali di morte dal carcere “Opera” di Milano.
Cosa diranno oggi che un nuovo pentito, l’ex boss di Borgo Vecchio Francesco Chiarello, conferma in qualche modo quanto riferito dai collaboratori di giustizia Vito Galatolo, Antonino Zarcone e Carmelo D’Amico? Forse che Nino Di Matteo “si è fatto il pentito da solo”. Ce lo aspettiamo da un momento all’altro che qualcuno, qualche “mente raffinatissima”, qualche oscuro potente, “giovane rampante” o “vecchio saggio”, dica che “il pm della trattativa si crea pentiti a suo uso e consumo”.
Chiarello dice chiaramente che il tritolo si trova in qualche luogo di questa disgraziata città, nascosto chissà dove. E la sua fonte altri non è che il figlio del boss dell’Acquasanta Vincenzo Graziano. Proprio quest’ultimo, arrestato nel dicembre 2014, secondo quanto riportato da Vito Galatolo, era l’uomo incaricato di custodire i centocinquanta chili di esplosivo. In un primo momento erano stati nascosti dentro dei barili. Oggi ancora non è dato saperlo.
La notizia delle nuove rivelazioni di Chiarello viene riportata dal quotidiano La Repubblica, quasi sottotraccia, mentre una delegazione del Csm è giunta a Palermo per vederci chiaro dopo l’avvio di un’inchiesta, aperta dalla Procura di Caltanissetta, sull’assegnazione degli incarichi degli amministratori giudiziari dei beni confiscati alla mafia da parte della sezione misure di prevenzione del Tribunale. Un’inchiesta che coinvolge quattro magistrati palermitani, tra cui l’ex presidente della sezione Silvana Saguto e due amministratori giudiziari. Chissà se stavolta, diversamente a quanto accadde nel 2013 con la delegazione guidata dall’allora vicepresidente Michele Vietti, qualcuno si recherà nell’ufficio del giudice Di Matteo per esprimere la propria solidarietà.

Il silenzio di questi anni da parte dei più alti vertici delle istituzioni, dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (di cui aspettiamo ancora un segnale) al Premier Matteo Renzi, è scandaloso quanto la bocciatura alla Procura nazionale antimafia.
E’ uno strano destino quello del magistrato Di Matteo. Strano ed ingiusto. Un magistrato che da oltre vent’anni indaga su Cosa nostra, stragi, pezzi deviati delle istituzioni e che oggi, non essendo più in Dda, si trova escluso da quasi tutte le indagini sulla mafia e veste i panni del condannato a morte.
Perché ancora Cosa nostra, tramite Riina, abbia emesso questa sentenza lo possiamo solo intuire. Vito Galatolo ci fornisce ulteriori elementi spiegando che l’attentato si doveva fare perché il magistrato “è andato troppo oltre” non solo nel processo, ma soprattutto nell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. E’ quindi immaginabile che Di Matteo disturbi gli alti vertici del potere, quelli che hanno trattato e che stanno trattando con la criminalità organizzata.
Le parole di Riina, la lettera del capomafia trapanese Matteo Messina Denaro ai vertici di Cosa nostra palermitana possono essere pezzi di un puzzle che prefigura uno scenario ancora più inquietante? Possono essere il contenuto di una condanna a morte preventiva volta ad impedire che il giudice possa andare fino in fondo, magari arrivare in posti chiave per stanare quei personaggi che si annidano al centro del potere italiano e che ancora sostengono e mantengono in vita le organizzazioni criminali? Non lo possiamo dire con certezza. La speranza è che l’indagine della Procura di Caltanissetta possa battere sul tempo Cosa nostra e quei mandanti, indicati da Galatolo come “gli stessi di Borsellino”, impedendo un nuovo assassinio.

Giorgio Bongiovanni (dal sito www.antimafiaduemila.it)

Azione Civile si schiera nella sua totalità e nel solco di quanto il suo Presidente ha tracciato al fianco del pm Nino Di Matteo. Chiediamo che lo Stato difenda un suo servitore che combatte senza compromessi e mezze misure la mafia e che ha tentato di far luce sulle pagine più oscure della nostra storia Repubblicana impegnandosi nel portare alla luce la trattativa Stato-mafia.In questo difficile momento mettendoci a disposizione con quanto è nelle nostre possibilità ci mettiamo a completa disposizione nel richiedere la concessione del bomb jammer e di tutto quanto possa contribuire alla sicurezza di Di Matteo, per non lasciarlo solo.

Il coordinamento nazionale di Azione Civile

Il 20 luglio un attacco suicida ha colpito la cittadina a maggioranza curda di Suruc, nel sud della Turchia. Nell’attentato sono morti 32 giovani attivisti curdi. La strage non è stata rivendicata da nessun gruppo terroristico.

Pochi giorni dopo l’attentato, la Turchia annuncia che consentirà alle forze della Coalizione, impegnata a contrastare il gruppo dello Stato islamico, l’utilizzo della base aerea di Incirlik, inoltre prenderà parte attiva nelle operazioni militari volte a contrastare l’ISIS in Siria e Iraq. È doveroso ricordare che la Turchia ha deciso di prendere parte ai combattimenti dopo che per quattro anni ha consentito il transito, attraverso le proprie frontiere, di rifornimenti e uomini che hanno ingrossato le fila dei combattenti jihadisti del fronte di al-Nusra e dello Stato islamico, mentre ha più volte interferito con i movimenti dei combattenti filocurdi che tentavano di difendere le repubbliche indipendenti nate nel nord della Siria.

Il 24 luglio Ankara ha ordinato l’arresto di centinaia di presunti sostenitori dello Stato islamico e del Pkk (Partito curdo dei lavoratori), impegnato a sua volta contro i combattenti dello Stato islamico. Il 25 luglio l’esercito turco ha messo fine in maniera violenta al cessate il fuoco in vigore da due anni con il Partito curdo dei lavoratori, (che cerca di ottenere l’indipendenza dalla Turchia). Da questo momento Ankara ha effettuato attacchi di artiglieria e raid aerei sulle postazioni dell’ISIS e del PKK concentrando, però, i propri sforzi contro quest’ultimo. A questo punto pare evidente come l’appoggio della Turchia alla campagna di contrasto allo Stato islamico non sia stata altro che una mossa propagandistica con l’intento di nascondere il reale obbiettivo del presidente Erdoğan, a capo del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp), ovvero quello di continuare la propria battaglia privata contro la minoranza curda, per sopprimere la voglia di libertà che questo popolo ha più volte manifestato.

Per comprendere meglio la strategia della tensione messa in atto in Turchia occorre prendere in considerazione il contesto geopolitico in cui avvengono queste azioni: occorrerà quindi parlare delle elezioni nazionali che si sono tenute lo scorso giugno e della recente serie di riforme, in senso autoritario, che hanno l’obbiettivo di trasformare la Turchia nella “repubblica del sultano” (Recep Tayyip Erdoğan ndr). Con l’effetto di accentrare ancora più poteri nelle mani di una sola persona: “Il sultano Recep Erdoğan” appunto.

Nell’ultima legislatura il Paese ha subito una vera e propria svolta autoritaria per poter appagare le ambizioni del presidente Erdoğan, che prevedevano l’accentramento del potere nelle sue mani e il tentativo di prolungarlo a tempo indeterminato. In questo contesto si inseriscono: la repressione violenta delle proteste, come quella andata in scena al Gezi park nel 2013; una riforma sulla sicurezza interna, che limita molto le libertà personali e di espressione; le limitazioni all’indipendenza della magistratura; unite ai continui attacchi al giornalismo indipendente, tra i quali spicca la richiesta di ergastolo per il direttore di un giornale dell’opposizione, reo di aver pubblicato un video che mostrava mezzi dei servizi segreti turchi impegnati nel trasporto di armi destinate ai jihadisti in Siria.

Nel frattempo, grazie ai voti del suo partito, ininterrottamente al governo dal 2002, Erdoğan ha rinunciato alla carica di Primo ministro ed è riuscito a farsi eleggere Presidente della repubblica. Si tratta sostanzialmente di una carica istituzionale di garanzia, super partes, simile a quella italiana che non accentra su di sé grandi poteri, ma è proprio qui che entra in gioco la modifica costituzionale che consentirebbe di trasformare la Turchia da repubblica parlamentare, a repubblica presidenziale dove la presidenza della repubblica assumerebbe un ruolo centrale nel governo.

Arriviamo ora alle elezioni che si sono tenute nel giugno scorso: nel disegno di Erdoğan queste sarebbero dovute essere la consacrazione al suo progetto di svolta presidenziale che avrebbe trasformato la Turchia in una repubblica presidenziale. Non è stato così dal momento che l’AKP, partito che nelle precedenti elezioni aveva sempre aumentato il numero di voti raccolti, questa volta non ha ottenuto nemmeno la maggioranza semplice. Uno dei principali motivi del perché le ambizioni di Erdoğan non sono state appagate, oltre alla voglia dei turchi di raggiungere la maturità democratica che ancora manca al Paese, è stato l’irrompere sulla scena elettorale del Partito filocurdo dell’ HDP, (Partito democratico dei popoli). L’HDP nato nel 2012 è riuscito a superare la mostruosa soglia di sbarramento per entrare nel parlamento turco, fissata al 10%. In questo modo sono venuti a mancare all’AKP i voti per attuare la riforma costituzionale (per farlo servono i 3/5 dei seggi). Mancano anche i voti per formare un governo dal momento che l’AKP pur essendo il partito più votato non può contare nemmeno sulla maggioranza semplice.

A questo punto Erdoğan ha due strade: cercare un alleanza con il Partito della destra nazionalista di Azione nazionale, oppure le elezioni anticipate. Dal momento che il Presidente non pare intenzionato a scendere a compromessi pare abbia optato per la seconda ipotesi e stia preparandosi per un ritorno alle urne.

Nelle ultime elezioni, (dove si sono registrati vari episodi di violenza nei confronti della minoranza curda), l’AKP ha perso molti elettori e gran parte di essi sono traslati proprio verso il Partito democratico dei popoli, (HDP) che non rappresenta esclusivamente la minoranza curda, ma anche la comunità gay e le minoranze religiose in generale inoltre è uno dei pochi partiti a battersi per l’uguaglianza di genere.

L’AKP è il grande sconfitto di queste elezioni, di fatto molti elettori hanno voltato le spalle al partito, solo che Erdoğan non è intenzionato a rinunciare ai suoi progetti autoritari e non vuole nemmeno accantonare la riforma costituzionale. Pertanto gli è rimasta un’ ultima carta da giocarsi: quella della violenza. La violenza per legittimare il suo potere. Ankara, se non viene fermata, continuerà ad alimentare la tensione con i curdi del PKK, cercando di stimolare una reazione violenta, con l’obbiettivo di indebolire il partito filocurdo dell’HDP. Se i curdi del PKK reagiranno ai bombardamenti con la forza, il Presidente avrà gioco facile nel presentare tutta la minoranza curda come complice e sovversiva, inizierà la repressione che non potrà far altro che acuire lo scontro, con il rischio concreto di precipitare la Turchia in una nuova guerra civile. Se Erdoğan riuscirà a far sprofondare il Paese nella violenza potrà presentarsi nuovamente come unico garante dell’ordine, della sicurezza nazionale e far leva sulla paura della popolazione per tentare di riconquistare la maggioranza assoluta in parlamento.

Di riflesso anche la situazione in Siria ed Iraq non potrà che peggiorare, dal momento che i combattenti curdi saranno presi tra due fuochi, da una parte l’esercito turco, dall’altra l’esercito dello Stato islamico. Il rischio concreto è quello della caduta delle repubbliche curde, questo segnerà al contempo la caduta dell’unico argine all’avanzata dell’ISIS.

La Comunità internazionale dovrebbe approfondire di più su quello che sta accadendo in Turchia, dovrebbe adoperarsi da subito per fermare i bombardamenti contro le postazioni del PKK perché si rischierebbe di veder scoppiare l’ennesima guerra civile e veder sprofondare ancora più nel caos e nell’anarchia l’intera regione del Vicino Oriente.

Tiziano Grottolo (www.lottaquotidiana.it)